Questioni di parentela

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È iniziato oggi il CC Festival dedicato a musica, letteratura e arte libere. E domani alle 18, da programma, per il settore editoria, intervengo per parlare di progetti in questo ambito.

Nel frattempo qualche nota su una polemica scaturita da un post di Stefano Maffulli sul suo blog e riportato sulla lista Community di Creative Commons Italia. Stefano ha usato le parole sbagliate per etichettare una serie di azioni di Lawrence Lessig nelle relazioni con Microsoft e con SUN. E queste parole sono state recepite con comprensibile fastidio. Ma mi auguro che il rapporto di parentela – cuginato? – tra Free Software Foundation (nelle sue varie declinazioni [inter]nazionali) e Creative Commons possa – anzi, debba – rimanere improntato al dialogo. Da entrambe le parti.

Ognuna delle due organizzazioni persegue una propria strategia, più o meno ortodossa e più o meno disponibile a un confronto anche con il Male. Inoltre ognuna delle due organizzazioni sta raggiungendo dei risultati rilevanti proprio a favore di utenti e autori (intesi nel senso più ampio e per averne conferma basta una breve scorrazzata sui rispettivi siti e sui motori di ricerca). Ma è arrivato il momento di mettere da parte ortodossie e diffidenze (ideali e metodologiche) perché solo un confronto concreto e proficuo può portare a una strategia condivisa e realmente efficace per controbattere l’attacco dell’industria della proprietà umana e culturale (che comprende tanto i contenuti quanto il software, veicolo perché questi si propaghino).

Ci si renda conto – ma credo che sia pleonastico ricordarlo – che le minacce vere non stanno in chi riceve sponsorizzazioni da chi (certo, vigilare sulle fonti di finanziamento delle organizzazioni rimane importante per avere garanzia di trasparenza metodologica) né nei marchi con cui si dialoga. Ma sono altri: OGM usati per distruggere tradizioni e sistemi agricoli (che, per quanto estensivi e sufficienti forse solo per la sussistenza, vedono come alternativa la schiavitù imposta dall’estero) con trattative commerciali e contaminazioni ambientali; le fusioni delle major che stanno, per esempio, per arrivare a produrre ormai il 70% dei serial televisivi (qualche anno fa non si superava la quota del 12% dei contenuti su piccolo schermo. Un monopolio in questo senso – fatta salva la lungimiranza di qualche sceneggiatore – vuol dire orientare la cultura di massa); i brevetti su genomi, varietà vegetali e algoritmi matematici (cioè quanto ti meno industrialmente innovativo possa esistere. Qui gli ambiti di rilievo – e di valore – sono altrove); leggi restrittive, giustizialiste e incondivisibili come quelle per tutelare i Topolini di turno.

Chi si occupa di software libero non può presumere di non occuparsi anche di agricoltura modificata. Così come i musicisti o gli scrittori di opere liberamente distribuibili non possono ignorare meccanismi come quelli del controllo via software delle loro opere e dei DRM. Questa è una guerra in cui in ballo non ci sono solo le licenze sui contenuti (codice sorgente o altro che sia). E le file vanno rinserrate, non spezzate.

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