In libreria ci è arrivato il primo settembre sotto il marchio Feltrinelli mentre su web è scaricabile in formato pdf dall’indirizzo http://www.ippolita.net/content/progetti/laser/laser_-_il_sapere_liberato.pdf (è disponibile anche la versione in HTML). Si tratta del libro Il Sapere Liberato. Il movimento dell’open source e la ricerca scientifica, analisi curata dal collettivo Laser (e rilasciata con licenza CreativeCommons.org) su circolazione delle idee, privatizzazione della conoscenza, innovazione tecnologica, brevetti e copyright. Su una scia analoga si muove anche il lavoro di Philippe Aigrain dal titolo Cause commune : l’information entre bien commun et propriété, edito in libreria dalle parigine Editions Fayard. Anche in questo caso la licenza è CC.org (Creative Commons-By-NC-ND-2.0), il pdf del libro si trova all’indirizzo http://grit-transversales.org/IMG/pdf/Causecommune-CC-By-NC-ND.pdf e, come già si evince dal sottotitolo, L’information entre bien commun et propriété, fa una panoramica dei diversi approcci all’informazione spaziando tra Wikipedia, le macchine universali, il software libero ed ecosistemi informativi.
Month: September 2005
«Questa è una storia vera» disse l’autore
StandardA fare dello scetticismo una filosofia di vita, magari non ci si giurerebbe sul fatto che tutto tutto – anche i dettagli – sia autentico e che non subisca mai nessuna deriva narrativa. Ma Jon Ronson, scrittore e documentaristica inglese, ha scritto un libro che promette e mantiene con The Men Who Stare at Goats (il libro su Amazon.co.uk), inchiesta sulle tecniche di guerra (para)psicologica usate negli Stati Uniti da alcune elite belliche. Le storie raccontate in questo volume sembrano infatti uscite da una sceneggiatura ai confini della realtà. La collocazione del libro è quella di un’America post-11 settembre in cui le torture di Abu Graib possono essere spacciate per episodi tragicomici attraverso cui distendere le truppe e dove va trovato un nuovo approccio al combattimento per non risentire più delle conseguenze dell’orrore stile Vietnam. E così iniziano a farsi strada nelle alte gerarchie militari teorie estreme portate avanti da un pugno di gerarchi tra cui il tenente colonnello Jim Channon. Secondo il quale, sul campo di battaglia, sarebbe meglio ricorrere a mutanti, suoni discordanti e armi psico-elettriche contro il nemico. Roba da fantascienza da due soldi? Mica tanto a leggere le testimonianze che Ronson ha raccolto nel giro di qualche anno. La storia di questa unità, il First Earth Battalion, risalirebbe al 1979 quando venne messa insieme una squadra che doveva trovare il modo di rendere i soldati invisibili, farli passare attraverso i muri e uccidere senza muovere un dito. Alcune di queste tecniche – quelle meno insofferenti verso le leggi della fisica – sarebbero oggi utilizzate in Iraq dove i prigionieri vengono fatti impazzire a suon di avventure dei Flinstones o negli stessi Stati Uniti dove suicidi di massa, come quello di San Diego del marzo 1997, sarebbero stati indotti. Per alcuni versi, il libro riporta d’attualità argomenti non nuovi facendo ripensare all’unità Stargate, alle spie psichiche o a collaudate tecniche di vessazione psicologica utilizzate brillantemente in America Latina. Ma se un merito ce l’ha, questo lavoro, è quello di ritratte efficacemente una frangia di militari a stelle e strisce che non sembra essere così tanto ai margini.
Elogio della pirateria
StandardElogio della pirateria è un libro appena pubblicato per i tipi di Altreconomia ed è firmato da Carlo Gubitosa, segretario dell’associazione Peacelink e già autore di opere come Italian Crackdown, Telematica per la pace, L’informazione alternativa e Genova nome per nome. Il sottotitolo di questo libro, «Dal Corsaro Nero agli hacker. Dieci storie di ribellioni creative», traccia in modo efficace l’immagine del pirata: non il ladro di idee, software, musica o film tanto caro a molti mass media, ma colui “utilizza” la conoscenza per andare oltre e non piegarsi alle logiche della privatizzazione di informazioni, arte, opere scientifiche. Nel volume, rilasciato con licenza Creative Commons, non si parla solo di informatica, ma si fornisce un panorama articolato andando a toccare diversi ambiti: cultura, streaming, auvio/video, radio, telestreet.
I pionieri della frontiera digitale v1.0
StandardEra un lavoro iniziato tempo addietro per un corso frequentato da aspiranti copywriter freschi di laurea. Ormai ogni corso che si rispetti, compresi quelli non di stampo tecnologico, parla anche di informatica, buzz word che racchiude un po’ di tutto e che con l’informatica ha a che giusto perché allo studente tocca digitare su una tastiera. Per una volta, però, mi sono sentita chiedere: «Lei che il computer lo sa usare, cosa dice che manca al percorso didattico?» Be’, programma sotto mano, ho indicato la storia di Internet. «Bene, l’insegnamento è suo». Che scherzassi o meno, quattro settimane dopo avrei iniziato le lezioni non avendo materiale. Così libri, bibliografia varia e motore di ricerca alla mano, ho messo insieme una prima bozza di ciò che avrei fatto studiare ai ragazzi. Con il tempo, questa bozza si è evoluta e ora la si può considerare una versione 1.0. Con il tempo verrà evoluta, ampliata e aggiornata, ma intanto il nucleo di un lavoro minimamente articolato, I pionieri della frontiera digitale, c’è.
Heroes
StandardPreferiva che fossero gli altri a vivere. Lui si limitava a descriverla, la vita. Certo, oltre a sbatterla sulla carta, la cercava, ne leggeva avidamente sui giornali che ogni giorno si portava a casa. O la stavana dai libri che divorava con voracità. Oppure ancora la coglieva impudica negli angoli più remoti e ambigui di Internet, raggiungendola attraverso combinazioni di parole chiave che avrebbero potuto tranquillamente far drizzare le orecchie a un qualsiasi Grande Fratello in silente ascolto.
Si rendeva conto di soffrire di un blando eremitismo che sfociava, con ogni probabilità, in toni di sociopatia. Ma a un certo punto aveva realizzato di averne abbastanza. Era iniziata chiedendosi il motivo per cui, ogni inverno, si faceva assalire passivamente dal freddo che gli succhiava il midollo dalle ossa nei rientri notturni. Gettava nel cesso qualche ora bevendo birra in uno squallido pub di periferia e poi, pagato il conto alla cassa, espiava la triste serata facendosi divorare dal gelo. Perché? Quando la domanda gli fu così chiara da non poter essere elusa, seppe anche di non avere una risposta. Ma sapeva pure di poter evitare almeno quel genere di sofferenza. E così fece. Al pub non ci tornò più.
Aveva un concetto tutto suo della vita. La considerava dolce come uno stupro e non aveva alcuna intenzione di permettere altre profanazioni del suo corpo e della sua mente. La seconda decisione che prese, quella di scrivere, era la diretta conseguenza della prima. E non aveva nulla a che fare con una nobile denuncia. Era al contrario più vicina a un avvertimento, alla promessa di una minaccia. Così i suoi libri erano crudi, una rasoiata sulla faccia del lettore perché ferire è più istruttivo che educare. Le ambientazioni che creava – anzi, che riproduceva – erano violenza allo stato puro. Erano aggressioni che serviva senza farciture ai lettori. Era una realtà brutale percepita con gli occhi di un bambino per il quale il buio e l’odio sono assoluti, senza sfumature, senza focali a cambiarne le distanze.
Per anni aveva vissuto con il sapore del risentimento in bocca. Con l’odore lasciato da uno schiaffo in pieno volto. Con la vendetta che sapeva sempre dove stava di casa. Non c’era niente che lo proteggesse dalle ombre che lo volevano. Aveva provato a rendersi impuro, meritevole di quel marciume che pretendeva la sua anima. Aveva dato in pasto la sua carne a nottate di sesso che regalano unicamente lividi. Era ricorso a ogni genere di droga per permettere al suo cervello di fuggire oltre il confine della coscienza e della logica. Come un automa, si era masticato dita e labbra in un improvvisato rito di autocannibalismo. Ma niente.
Seppur non razionalmente, una parte di lui lo intuiva: finché avesse continuato a vivere, il mostro lo avrebbe reclamato. Perché la deformità si annida ovunque e non è possibile scorgerla in anticipo. Chiunque poteva diventare il sadico, l’approfittatore, il traditore, il macellaio di turno. Chiunque poteva nutrirsi di nuovo del suo panico e poi lasciarlo a terra, svuotato, a raschiare ossigeno per tornare a riempirsi i polmoni e ricominciare di nuovo in una giostra delle atrocità senza fine.
Ci erano voluti decenni per portare in superficie tutto ciò. Ma nel momento in cui aveva saputo qual era il suo destino, aveva scelto la vita rinunciando a essa. Si badi bene: non aveva mai cullato l’idea del suicidio perché non la reputava una soluzione. In un certo senso viveva più profondamente degli altri. Amava svegliarsi il mattino, aspirare a fondo la prima sigaretta della giornata, rileggere una pagina appena scritta, godersi una cena ben riuscita davanti a un telefilm. Era affascinato dalla resistenza che aveva dimostrato in quegli anni e ne era giustamente orgoglioso. Era tornato a prendersi cura del suo corpo, ad ascoltarlo, ad accudirlo quando era ferito. Trascorreva ore immerso nell’armonia più perfetta mentre osservava la neve che scendeva, attendeva con eccitazione lo scatenarsi di un temporale asserragliato all’orizzonte e, a volte, sorrideva quando finalmente il sole tornava a irradiare nel cielo.
Fu solo alla fine di quella notte in cui prese la prima decisione che, finalmente, intravide una speranza per sé. Avrebbe rinunciato all’amore di un altro essere umano, al cinema con amici, alle avventure estive in compagnia. Avrebbe evitato ogni volta che gli fosse stato possibile di rispondere al telefono e al citofono. Quando sarebbe uscito, avrebbe sfoderato le chiavi di casa con largo anticipo sul momento del rientro e sarebbe stato disponibile a nuove sofferenze provenienti esclusivamente dal suo passato. Quelle non le poteva evitare, ma dal futuro non voleva niente. Nel bene e nel male. Tutto ciò non era stato motivo di infelicità, nel momento in cui aveva iniziato la sua nuova non-vita. Anzi, più passava il tempo e più ne era soddisfatto. Rispetto agli altri uomini, aveva modificato le sue aspettative. Per lui, la ricerca della felicità si componeva di piccole tappe.