La Lola della Bassa – 8

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Ferruccio

Si muoveva lentamente, Ferruccio, rincasando alle cinque del pomeriggio. Le poche centinaia di metri che costituivano il quotidiano percorso erano ogni volta una salita, che andasse o venisse. Il respiro gli si faceva grosso e rumoroso, il cuore pompava come se il sangue lo dovesse cavare da un pozzo e i piedi sembravano calzare piombo.
Ultimamente andava peggio. Anche il solo gesto di afferrare le chiavi di casa dalle tasche e infilarle nella toppa lo appesantiva ulteriormente. Senza contare la rampa di venti gradini che lo dividevano dalla porta dell’appartamento che divideva con Lola, sopra il negozio.
Sua moglie non sembrava esserci. Accadeva sempre più di frequente di rientrare e di non trovarla. Ferruccio non era uno di quegli uomini che pretendevano l’accoglienza di una donna docile e obbediente ed era fin troppo consapevole che se non fosse stato per l’impegno di lei in bottega ci sarebbe stato di che star freschi, a fine mese.
Luce e fuoco spenti, le ombre che ancora si allungavano nel crepuscolo malgrado le giornate si stessero allungando, Ferruccio fece per riporre ordinatamente le scarpe nello sgabuzzino quando il rumore di stoviglie cadute lo fece rizzare come una scossa elettrica. In casa qualcuno c’era, evidentemente, ma quella scoperta non gli trasmise paura, ma solo sorpresa. Scalzo com’era, prese la via della cucina e si stupì nel trovarci Lola.
«Che ci fai qui al freddo? L’inverno non sembra ancora finito e senza una fiammata si gela» esordì l’uomo.
«Oh, ho troppo da fare per pensare alla stufa.»
La moglie stava trafficando con pentole e recipienti. Impastava qualcosa di scuro, una sostanza densa che si plasmava seguendo il movimento del mestolo di legno. Accanto una terrina traboccava di una polvere bianca, probabilmente zucchero a velo, mentre tranci di carne erano pronti per la provvista dopo essere stati seccati e salati.
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La Lola della Bassa – 7

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L’affare

Lola aveva appena lasciato la canonica dopo aver mercanteggiato e raggiunto un accordo che sembrava compiacerla. L’incontro con don Franco e Mario si era rivelato più interessante del previsto: se della vendita degli abiti e delle suppellettili di Antonietta e Carlotta poteva occuparsi personalmente vista la pratica acquisita con la bottega, la procura che le due donne le avevano firmato per la casa della prima e le rispettive piccole somme di denaro era tutt’altro affare e le occorreva qualcuno avvezzo a questioni pecuniarie più complesse.
Contare su Ferruccio era come scommettere su un cavallo perdente: lavorava sì al catasto, ma di immobili ne capiva quanto di politica, cioè nulla, e si limitava a firmare apatico carte e disegni, catalogare i progetti e ripescarli all’uopo quando qualcuno ne faceva domanda. Figurarsi se Lola avrebbe potuto contare su di lui per azzeccare la strada attraverso cui far fruttare quanto meno quelle poche lire lasciatele, soprattutto in tempi precari come quelli di guerra. Doveva rivolgersi a qualcun altro e fidarsi di chi aveva fiuto per il denaro e guzzo per i mercanteggi.
Dal canto loro, anche il parroco e l’allevatore si potevano dichiarare soddisfatti: se la ruota girava come avevano appena iniziato ad architettare, avrebbero avuto di che campare decentemente quando la vecchiaia sarebbe arrivata per non andarsene più. Ora stava solo a loro fare in modo che i piccoli possessi rendessero quel tanto da mettere da parte una piccola fortuna.
«Cerchiamo di capire prima di tutto quanto abbiamo in mano,» esordì Mario non appena Lola fu uscita e poterono dedicarsi in santa pace ai loro compiti.
«A giudicare dalle carte, al momento c’è la proprietà della Cocinelli: due ettari di terreno e il casolare cadente ma ampio. In più c’è ancora qualche attrezzo agricolo del vecchio, ma in questo caso è roba inservibile, mangiata dalla ruggine e dall’usura, praticamente da buttare. Il resto quanto può valere?» domandò don Franco dopo il veloce inventario.
«Forse un migliaio di lire o giù di lì, che sono comunque soldi di questi tempi. E poi ci sono altre duecento lire, quello che le donne hanno lasciato prima della partenza,» ridacchiò l’uomo. «Meglio comunque aspettare un po’ prima di vendere o investire. Se tutto avviene troppo in fretta, magari qualcuno si fa venire strane idee per la testa.»
«Già,» convenne il prete, «e comunque la più esposta è la Lola: se si mette a trafficare con la loro biancheria e con i loro soprammobili subito, sarà lei a dover dare spiegazioni. Finirebbe forse per starnazzare più del dovuto e si sa come sono le femmine quando parlano: non pensano e mandano a carte quarantotto anche gli interessi altrui. Dobbiamo tenerla buona per qualche tempo e gli strumenti ce li abbiamo, non è forse vero?»
Il prete non aveva torto. Qualche strumento ce lo avevano davvero o, almeno, uno di sicuro. Da qualche mese, infatti, Mario giaceva regolarmente con Lola. Tra i due non c’era amore così come nessun altro dei sentimenti che finisce per unire un uomo a una donna. Ma il seme di Ferruccio era maledetto, su questo non c’erano dubbi, e Lola non ne poteva più di assistere al puntuale svuotamento del suo ventre gravido senza mai poter stringere tra le braccia il frutto dell’unione con il marito. Ecco così che le era balzata nel cervello l’idea di ingannare il fato e di cercare le gioie della maternità laddove il malocchio non sapeva di dover cadere.
Concedersi ai pruriti dell’allevatore però non costituiva del tutto un sacrificio ai dettami della natura. Aveva resistito per un po’ alle esplicite proposte dell’uomo, ma poi si era decisa nella convinzione che donare la vita non c’entrasse con il giuramento di fedeltà pronunciato davanti a Nostro Signore il giorno del suo matrimonio. Va aggiunto poi che l’accoppiamento con Mario era tutt’altro che insoddisfacente. Anzi, i loro incontri, consumati in qualche alcova di fortuna offerta dalle campagne che conducono al Po, donavano piacere a entrambi malgrado la fretta, gli insetti e il pericolo che qualcuno li scorgesse e li trasformasse nell’ultimo pettegolezzo del paese. Inoltre i loro scopi erano cristallini. Per lei, era il concepimento di una creatura che la rendesse finalmente madre. Per lui, invece, rappresentava la ricerca di un orgasmo che la moglie ormai gli negava, in barba a qualsiasi cristiano indottrinamento e ai doveri coniugali che si imponevano a una donna da che il mondo era tale.
Dunque, che Mario all’improvviso si negasse sarebbe stato un colpo per Lola e lei, nutrita da un istinto materno deluso e frustrato da anni di fallimenti, più volte si era dimostrata remissiva ai desideri dell’allevatore.
Di fronte a questa situazione, Don Franco avrebbe dovuto condannare la condotta dei due amanti per la dignità che gli concedeva la sua missione, ma, dimenticando per un attimo i suoi compiti pastorali, lasciò che a parlare per lui fosse la faccia più secolare della sua anima. E tacendo sul peccato di adulterio che la coppia perpetrava, congiunse le mani e sorrise.
«Bene, vedo che la situazione si annuncia sotto controllo. Quella donna rappresenta la nostra gallina e la dobbiamo spennare prima che diventi stopposa.»
Detto questo, il prete si alzò e, avvicinandosi alla madia, ne trasse due bicchieri e un fiasco di vino per suggelare quello che finalmente sembrava avere tutti i contorni di un buon affare per entrambi.
«Signor Mario, perdonate la domanda,» disse di nuovo don Franco mentre allungava all’allevatore il suo bicchiere, «ma prima o dopo parlate mai?»
«Ecco un prete con uno scopo,» tuonò in una grassa risata Mario.
«Prego?»
«Ma sì, ma sì, siete alla ricerca di qualche altro particolare per assicurarvi il vostro tornaconto, non è forse vero?»
Mario si era sporto sul tavolo pronunciando queste parole con espressione complice. E appariva anche compiaciuto, consapevole com’era di disporre di più dettagli rispetto al sacerdote sul conto di Lola. Lei, che fosse solo ingenua o anche un po’ più stupida di quel che sembrava, era comunque così intrisa di credenze popolari che di certo si sarebbe guardata bene dal raccontare in confessione al suo pastore di anime ciò che covava nel cuore. Non era solo la ricerca di un nascituro vivo a dettare la sua condotta matrimoniale, ma il tentativo di sfuggire a un maleficio contro cui il potere umano non avrebbe stato di alcuna difesa.
Certo che parlavano, Mario e Lola, dopo. E Mario sapeva anche perché la bottegaia concepiva senza altro risultato che un aborto spontaneo. Conosceva gli accadimenti che avevano portato ad annunciare la sterilità del suo matrimonio e l’odio che li aveva generati. Non credeva davvero al fantasma della madre di Lola che vegliava sul perpetuarsi della sua maledizione, preferiva pensare a qualche scherzo della natura di cui si sente ogni tanto. Il resto, per lui, erano solo superstizioni di gente del Meridione che non conosce i dettami della religione, figurarsi se sa riconoscere la realtà della fantasia.
Di fronte al silenzio compiaciuto di Mario, don Franco non aveva insistito. Ma quando il complice si era calcato il cappello sulla testa dirigendosi verso la porta, aveva formulato un’ultima domanda.
«Signor Mario, perdonate, ma che è successo esattamente a quelle due disgraziate?»
«E che ne so, padre? Questo no che non è affar nostro.»
Detto ciò, Mario si chiuse la porta alle spalle per inforcare la bicicletta e far rientro a casa.

La Lola della Bassa – 6

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La partenza di Carlotta

La Minguzzi era stranita dagli accadimenti di quel periodo. Il paese era sempre stato il paese e nessuno dei suoi abitanti, almeno quelli che rientrano nella categoria dei meno facoltosi, lo aveva mai lasciato. Sì, certo, qualche ragazza di buona famiglia se n’era andata per maritarsi bene lontano dalla casa paterna e l’imminente scoppio della guerra, a sentire il podestà, iniziava a prendersi gli uomini in forze per mandarli forse in Francia ad aiutare i tedeschi. Ma per il resto la loro vita si svolgeva lì, tra la piazza, la chiesa, l’edicola, le corti d’estate e le stalle d’inverno. Ci si conosceva tutti, per un incrocio familiare o per l’altro si finiva per essere cugini alla lontana e, se le partenze erano un evento, altrettanto lo erano gli arrivi, fatta eccezione per Lola e Ferruccio.
Curiosa com’era, la lavandaia aveva aspettato per diversi giorni di seguito la corriera del mattino che conduceva alla città dove fermava il treno. E si era stupita di non imbattersi mai nella signorina Antonietta. Eppure l’ultima volta che l’aveva incontrata diceva che se ne sarebbe andata il giorno successivo. Tant’è vero che da lì in avanti nessuno l’aveva più vista. Era pur sempre vero che avrebbe potuto prendere la corriera della sera e che la Minguzzi non era andata due volte al giorno alla fermata. Oppure poteva aver accettato un passaggio da qualcuno che passava dalle parti della stazione. Ma le sembrava improbabile. Antonietta difficilmente usciva di casa dopo una certa ora del pomeriggio, non era dunque possibile che si accingesse a un lungo viaggio in prossimità della notte. Inoltre, aveva sempre manifestato una certa diffidenza verso le automobili, con quei loro fanali che ricordavano tanto uno spettro dagli occhi illuminati, e verso chi le conduceva, nutrendo scarsa fiducia nelle leve da muovere per far partire e avanzare quei marchingegni.
Insomma, Irene doveva tenersela la sua bramosia di dettagli sulla nuova vita di Antonietta e attenderla senza mai incontrarla l’aveva lasciata con le sue domande senza risposta.
Ma un caso passi. Quando le sparizioni erano diventate due, allora una semplice curiosità dettata dalla sua indole da comare aveva lasciato il posto a qualcos’altro. Erano infatti giorni che bussava all’uscio di Carlotta senza ottenere risposta. Ormai s’era fatto venerdì e l’ultima volta che l’aveva incontrata era stato all’uscita della messa delle otto, la domenica precedente. Quando don Franco aveva permesso ai fedeli di andarsene in pace, le due donne si erano fermate per qualche minuto sul sagrato scambiandosi poche parole, come era loro uso.
«Signora Minguzzi,» l’aveva salutata con giovialità la maestra una volta all’aperto.
Irene, quella mattina, aveva fretta di rientrare a casa. Il cielo minacciava un bel temporale e la donna non aveva la minima intenzione di prendersi una lavata sulla strada del ritorno. Ma si era rassegnata di buon cuore a quelle quattro chiacchiere.
«Si direbbe che Nostro Signore sorrida agli abitanti del paese,» aveva proseguito Carlotta senza attendere che Irene ricambiasse il saluto.
«E perché mai?» aveva chiesto la Minguzzi. «C’è aria di guerra anche per l’Italia e comunque sta per venire a piovere».
«Oh, sciocchezze. Dalla guerra c’è chi ci protegge e un po’ d’acqua non può certo rovinare una così bella stagione.»
Irene era perplessa. Carlotta non era certo una donna che potreste definire una compagnona, semmai era di una cortesia allegra ogni volta che ci si imbatteva in lei. Tuttavia quella mattina c’era dell’altro: era eccitata come se le fosse stato promesso in regalo qualcosa così a lungo inseguito. E quando glielo fece notare, la risposta non fu quella che si sarebbe aspettata.
«Di meglio, signora Minguzzi, di meglio».
«Accidenti. E che ci può essere di meglio?»
«Ci può essere che lascio il paese e l’asilo.»
In quelle parole c’era tutta l’esuberanza di una ragazzina alla vigilia di una vacanza. Irene era sbigottita di fronte all’analogia della scena vissuta poche settimane prima con Antonietta: così simili la repentinità della partenza e il cambiamento anche fisico, oltre che morale, delle due donne.
«E per andare dove?» insistette la lavandaia.
«In Toscana, vicino a Firenze,» si affrettò a rispondere la maestra. «Là c’è una scuola privata, è tenuta da suore ed è venuta a mancare la direttrice. Le religiose ci tengono che a presiedere sia una laica e così vado io.»
Se la ragione era questa, non costituiva comunque una risposta ai tanti interrogativi che la mente di Irene formulava.
«Scusate, signora,» aggiunse infatti in meno di un momento. «A Firenze si libera un posto in un istituto e vengono a chiamare proprio voi? Non sto dicendo che non ne siete all’altezza, me ne guarderei bene, ma solo che mi sembra curiosa la scelta. Siamo talmente lontane da quella città.»
«Oh, avete ragione,» rispose Carlotta, «ma ultimamente avevo manifestato la mia intenzione di trovare qualcosa di più di un asilo tirato su alla bell’e meglio. Così la voce è passata da una bocca all’altra ed ecco che il mio desiderio si è realizzato.»
«E qual è la bocca che va ringraziata per questo?»
«Suvvia,» Carlotta incalzò Irene. «A volte penso che abbia ragione chi dice di voi che siete peggio della gazzetta ambulante.»
Irene non se l’ebbe minimamente a male per il commento così poco rispettoso un po’ perché Carlotta lo aveva detto senza un minimo di cattiveria e un altro po’ perché Irene non ci si raccapezzava in quel mondo che sovvertiva il ritmo di una vita di campagna e il destino a cui tutte loro erano predestinate dalla nascita, intessuto di rassegnazione, ripetitività e nessuna speranza in un futuro migliore.
«Allora, se non volete dirmi chi vi ha fatto da intermediario, almeno mi potreste dire quando contate di lasciare il paese…»
«Presto, davvero presto, prima di quanto io stessa speri.»
Detto questo, Carlotta si era accomiatata sempre tra caldi sorrisi mentre Irene la guardava allontanarsi.
Sarà stato un paio di giorni dopo, non più tardi di martedì, che la donna aveva ricevuto una cartolina da un’anziana parente della defunta madre, ma avendo dimenticato quel poco di alfabeto mandato a memoria decine d’anni prima, aveva pensato di chiedere alla maestra di leggerla per lei. La scusa le appariva buona per presentarsi a casa sua e tornare alla carica con altre domande.
Così, percorse le poche centinaia di metri che sepavano le due abitazioni, Irene si era presentata all’uscio di Carlotta e aveva bussato. Poi aveva bussato ancora, ancora e ancora. Una buona mezz’ora in cui la successione di colpi alla porta era stata intermezzata da sbirciate attraverso le finestre velate dalle tende e da giri intorno all’edificio per tornare all’ingresso e picchiare di nuovo sul legno duro e scheggiato. Ma niente quel giorno. E niente neanche nei successivi. La maestra era proprio andata via: non un saluto, un indirizzo, un’indicazione.
Rassegnandosi, quella sera Irene stava per riprendere la strada di casa quando finì quasi per inciampare nel gatto di Carlotta che, vuoi per la fame o per la scarsa attitudine a trascorrere le sue giornate fuori, aveva attaccato subito a strusciarsi contro le sue gambe.
«Anche tu non ne sai nulla?» aveva domandato alla bestia come se questa potesse rispondere. «Vieni con me. Se sei stato abbandonato, fai conto di aver trovato una nuova padrona.»
Senza aggiungere altro lo prese in spalla e tornò sui suoi passi.

La Lola della Bassa – 5

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Il tesoro sulla collina

Carlotta frequentava bottega e retrobottega da prima dello scoppio della guerra. L’abitudine le era nata quando Lola aveva aperto e a solleticarle indole e tasche era stata l’insegna che di sopra la vetrina scandiva “Ex novo”. Non era frutto della padrona l’evocazione latina, ma di don Franco, il primo a prestare riparo a Lola e Ferruccio quando arrivarono dal sud.
Carlotta aveva cercato di cogliere il significato ripescandolo malamente dai magistrali indottrinamenti della scuola e lì per lì aveva immaginato che il negozietto vendesse articoli sacri per la somiglianza del nome con ex voto.
Chiarita la vera natura dei commerci di Lola, biancheria, tende e coperte di seconda mano erano andate a rimpinguare la dote dell’asilo. A una prima fornitura iniziale, che aveva fruttato alla proprietaria della bottega denaro sufficiente per affittare una stanzetta attigua da adibire a magazzino, ne erano seguite di successive. Carlotta era diventata un’affezionata cliente e, tra una chiacchiera, una lamentala sul maltempo e la simpatia che Lola ispirava ai cristiani, le due avevano imbastito un rapporto di confidenza.
Lola aveva così appreso della malattia della madre di Carlotta, dei timori che la follia materna fosse una tara finora silente ma che si sarebbe manifestata con il tempo, della soddisfazione che le dava occuparsi dei bambini del paese e della sua aspirazione a dirigere una scuola vera. Carlotta invece era venuta a conoscenza dei problemi che avevano costretti i coniugi all’emigrazione, delle gravidanze che non avevano generato figli ma angeli del cielo e del timore, accresciuto dall’incedere dell’età, che il suo ventre non le avrebbe mai concesso le gioie della maternità. «È una maledizione,» ripeteva Lola in quelle occasioni senza mai lasciare intendere che la maledizione fosse reale e non solo un modo di dire.
«Perché non mi permettete di leggere quanto il vostro futuro cela per voi?» chiese un giorno la bottegaia a Carlotta.
La domanda arrivava inattesa perché la maestra aveva interrotto da un po’ le pratiche che Lola le proponeva. Si era spaventata quel giorno in cui una folata di vento aveva scardinato una finestra del retrobottega. Una folata improvvisa e isolata in una giornata estiva che negava qualsiasi refrigerio e che si accompagnava al tentativo di entrare in contatto con il nonno della signora Tommasei, sua vicina: da una vita cercava il tesoro che l’avo aveva sotterrato dopo la battaglia del 1866 sul Monte Suello.
Approfittando dell’affronto tra esercito austriaco e garibaldini a cui l’uomo avrebbe dovuto dare man forte, era riuscito a penetrare l’accampamento straniero e a far razzia di preziosi appartenenti agli ufficiali. Unita l’Italia e il regno, se n’era tornato a casa favoleggiando sull’episodio. E se in paese c’era chi non aveva creduto a una fortuna sotterrata per timore di furti mentre la famiglia stentava a mettere insieme il pranzo con la cena, la signora non si dava per vinta. Giunta alla soglia della sua ultima età, aveva voluto giocare l’unica carta ancora intentata per entrare il possesso del tesoro del nonno e aveva chiesto aiuto a Lola. Con l’unico risultato di una finestra quasi spaccata da quello che Carlotta aveva interpretato come l’alito furioso del vecchio garibaldino.
Dopo quell’episodio erano trascorsi un paio d’anni senza invocazioni, lettura dei tarocchi e nemmeno racconti di quello che avveniva nel retrobottega in sua assenza. Carlotta era da Lola solo per mercanteggiare sul prezzo del sapone appena fatto: stavolta la bottagaia si era data da fare e dei quindici chili che ne aveva ricavato pensava di tirarci su qualche lira vendendone una parte.
«Ancora con la paura del fiato dei defunti, Carlotta?» la stuzzicò Lola. «Suvvia, meditate da tempo un grande salto, che vi porti lontano dal ricordo della malattia di vostra madre, un salto che vi renda libera e indipendente, ma non fate nulla per capire se è possibile.»
«Ho scritto a diverse scuole, mi sto informando, ho anche ricominciato a leggere vecchi libri in latino,» ribatté la maestra.
«E il latino vi dice se ce l’avrete o no il posto di direttrice?»
«Non è questo il punto. Il futuro è ancora là da venire e mi preparo al suo compimento.»
«Come volete. Se non accadrà niente, sono certa che comunque non ne farete una malattia per il tempo sprecato sui libri alla vostra età.»
Il battibecco tra le due donne andò avanti sugli stessi toni ancora per un po’: una tirava dalla parte del vaticinio, l’altra smorzava il desiderio che comunque nutriva di veder avverato il suo sogno. Ma la battaglia era impari: se Carlotta cercava di opporre la razionalità e la miscredenza agli inviti della bottegaia, quest’ultima conosceva l’arte del convincimento tanto quanto quella del mistero. E dalla sua parte pendeva anche la volontà di dare una mano a quella donna, che già di occasioni se n’era lasciata sfuggire in passato. E che infine capitolò sospirando.
«Va bene, consultiamo le carte.»
Lola la fece accomodare nel retrobottega, infilò le mani nel tavolino sfoderando i tarocchi ormai consunti e si apprestò alla lettura. Mescolò il mazzo e chiese a Carlotta di spezzarlo, dispose sul piano dieci carte che ricordavano una doppia T, la prima carta posizionata al centro, in parte coperta dalla seconda e le successive a venire.
«Iniziamo dal presente,» esordì Lola mentre girava i tarocchi e corrugava la fronte nell’interpretazione degli arcani maggiori. «Vedete l’appeso? Indica che vivete in attesa di un evento e che, finché non avrete conferma di esso, il domani per voi è incerto. Le stelle della seconda carta parlano delle influenze immediate, animate da una grande speranza che nutrite nell’evento. Poi la carta degli innamorati. Ma se possiamo escludere che voi serbiate una passione carnale per un uomo, allora vi leggo la ricerca di uno scopo che guidi la vostra vita.»
Lola proseguì l’interpretazione delle restanti carte. Il passato lontano di Carlotta era rappresenntato dal papa, ricerca della conoscenza, probabilmente attraverso le scuole che la donna aveva frequentato in gioventù. In quello recente, invece, il diavolo stava a indicare il fascino che un bene materiale esercitava sulla maestra.
«Che sarà mai questo bene? Quello del nonno della Tommasei?» domandò Lola interrompendo la lettura.
«Andate avanti, che di questo magari ne parliamo un’altra volta,» rispose la consultante.
Ecco allora che il futuro, indicato dalla carta che raffigurava il mondo, prometteva un trionfo mentre Carlotta, impersonificata da un bagatto, era percepita come uno spirito pratico, in grado di amministrarsi da sé. Occorreva attendere l’arrivo di notizie importanti, come suggeriva la carta del carro, e non bisognava temere l’arcano della morte, da interpretare positivamente come un cambiamento nella vita interiore. Quel che era certo per Carlotta, chiudeva l’eremita, era la solitudine di una vecchiaia senza figli e senza marito, ma questo già si sapeva e non sarebbe costato alla donna rimpianti.
«Avete visto, Carlotta, abbiamo finito senza venti pestiferi e spettri irriverenti,» riprese Lola.
«Già, ma quelle carte non mi hanno detto nulla che non sapessi. Che razza di lettura del futuro è mai questa se non mi racconta quello che sta per succedere?»
«Gli arcani lo dicevano che siete una donna pratica e la vostra praticità non vi permette di interpretare il responso oltre il suo primo significato.»
«Mi state offendendo, Lola? State dicendo che sono rincitrullita?»
«Non voglia il cielo. Sto parlando d’altro: finora avete affrontato tutto voi, da sola. È il momento di cambiare atteggiamento e di permettere che il carro che porta i cambiamenti sia guidato da una voce amica. O, almeno, che quella voce amica vi indichi la direzione, se non volete far posto a un altro conducente.»

La Lola della Bassa – 4

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Il sapone del diavolo

Lola stava versando in nove pentoloni gli ingredienti che completavano la sua ricetta: acqua a volontà e soda caustica. Per la donna, fare in casa il sapone era un passatempo, senza contare il risparmio di quella scorta domestica, con tutti i panni usati che andavano rimessi a nuovo prima di essere venduti.
Lola era metodica. La riuscita della sua ricetta dipendeva da due fattori: da un lato, la qualità del minestrone saponato che cuoceva e, dall’altro, la quantità degli elementi che mescolava, consapevole che un errore nel bilanciare grassi e soda poteva compromettere tutto il lavoro. La sua metodicità si rivelava anche nella vestizione: i guanti spessi per maneggiare la soda e il sapone appena fatto, una garza davanti agli occhi per evitare che qualche goccia le azzoppasse la vista e una sciarpa di cotone, ripiegata più volte, davanti al naso e alla bocca per schivare i vapori.
Poi non dimenticava mai che doveva essere la soda a essere versata nell’acqua: il contrario avrebbe generato una reazione i cui fumi e schizzi potevano procurare una serie di inconvenienti. Inoltre manipolava lo zuppone solo attraverso una serie di mestoli di legno lunghi e resistenti.
La serva Maria era atterritta ogni volta che la padrona procedeva con il rituale del sapone. L’improvvisa sparizione di Lola, della durata di un paio di giorni, stava a significare che era a caccia degli ingredienti e la domestica non era mai riuscita a sapere con precisione da dove saltassero fuori in dosi così cospicue. Anche la bardatura la intimoriva, rievocando al suo animo superstizioso immaginarie visioni dell’angelo decaduto che prepara demoniache pozioni. Costretta ad aiutarla ogni volta, all’inizio Maria aveva rifiutato qualsiasi bardatura. Ma aveva finito con lo scottarsi il collo senza che nemmeno un’abbondante colata di aceto potesse lenire ustione e spavento. Così si era rassegnata all’abbigliamento protettivo, ma l’implacabile timore andava a nutrire la sua ritrosia, atavica e irrazionale, verso quella casalinga fabbrica del sapone.
Nei giorni precedenti, la serva aveva capito che di lì a poco si sarebbe trovata nuovamente a mescere sapone liquido perché, ancora prima della sparizione, Lola aveva sistemato sotto le grondaie della corte una serie di tinozze per la raccolta dell’acqua piovana. La padrona le aveva spiegato che l’acqua distillata avrebbe reso migliore il risultato. Ma in periodo di guerra la scarsità era la regola e in sua mancanza occorreva ingegnarsi. Guai a rovesciare la pioggia raccolta: le sarebbe costata una battuta con un telo bagnato.
Preparare la saponificazione era un rituale che procedeva in modo sempre identico. Lola riappariva dai due giorni di assenza con diversi tegami che contenevano un grasso simile allo strutto e spiegava alla rozza donna di servizio che a darglielo era Mario, l’allevatore di maiali: a ogni macellazione, lo teneva da parte apposta per lei in cambio di lenzuola, tovaglie o tende da regalare alla moglie.
Il grasso veniva lungamente bollito nei pentoloni con la soda caustica e l’acqua piovana. Quando la saponificazione arrivava a termine, le due donne aggiungevano abbondanti mestolate di sale comune, ingrediente necessario perché si separassero il sapone e la lisciva. Quest’ultima poi subiva un ulteriore processo per essere purificata e successivamente utilizzata come sbiancante per il bucato. Nel frattempo, il composto veniva rovesciato in tegami bucati sul fondo dei quali era stata sistemata la garza per la raccolta del sapone. Dunque, le due donne pressavano la sostanza ancora plasmabile e la riponevano a stagionare per poterla riutilizzare quando la sbobba avesse raggiunto la consistenza necessaria.

La Lola della Bassa – 3

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Addio ad Antonietta

La Minguzzi stava attraversando piazza XX Settembre quando si imbatté in Antonietta. Un anno e sette mesi erano trascorsi dalla morte della figlia. Ed ecco lì che la madre addolorata sembrava d’improvviso trasformata in un’altra donna: era appena uscita dal parrucchiere che aveva oscurato le striature bianche infittitesi dopo la disgrazia. Le mani, inoltre, non apparivano più quelle di una stiratrice di vecchia data: erano diventate più mordibe, più bianche, malgrado fossero ancora visibili bruciature che solo un miracolo avrebbe potuto cancellare.
Ma a colpire la comare furono soprattutto portamento e sguardo della donna: il primo era eretto mentre il secondo era parallelo alla strada, confinando nel passato gli occhi chini e le spalle incurvate, liberi dall’ombra che Antonietta si trascinava da una vita e che dopo la scomparsa di Lietta si era fatta più incombente.
«Vi trovo bene, signorina,» l’apostrofò Irene con una punta di invidia che non conteneva cattiveria premeditata, ma solo un’aspirazione repressa a una vita migliore a quella di una lavandaia.
«Sì, parto, vado via. Ho trovato da andare a servizio da gente di Cerveteri. Sono gente benestante, nobili e imparentati con un monsignorone. Hanno bisogno di una governante che stia dietro ai bambini, ne hanno quattro, e che faccia attenzione a camerieri, cuoche e inservienti. Abitano in una villa con diciotto stanze e una, anzi no, che dico, due saranno tutte per me. Non metterò più le mani nell’amido e non dovrò più andare in bicicletta con il bello e con il brutto a riconsegnare i panni stirati.»
Le parole di Antonietta uscivano a raffica e Irene era stupefatta. Ma come? Non ne aveva saputo niente, nemmeno una parola era circolata in paese e ora questa poveretta, senza arte né parte, andava a servizio dai parenti di un prelato. Ne voleva sapere di più.
«Oh, ma cosa mi dite? Ci lasciate così? Ma spero che non vi dimenticherete del paese e di chi vi ha prestato una parola buona nelle disgrazie del passato. A quando il trasferimento? E come avete fatto a inciampare in tanta fortuna?»
Fu così che Irene venne a sapere che la data della partenza era per il giorno successivo, di primo mattino, e che il contatto veniva dalla città. Antonietta sapeva quanto facilmente la sua interlocutrice potesse far rimbalzare la notizia per l’intero paese e voleva – anzi doveva, contrariamente a Irene – restare sul vago. Era stata fortunata: conosceva una persona che conosceva un’altra persona che conosceva il religioso. Il quale si sarebbe lamentato della difficoltà nel trovare gente di servizio come si deve, della mancanza di fiducia di cui i cugini di Cerveteri soffrivano verso i domestici e di come la governante precedente avesse iniziato tempo addietro a trascurare i suoi doveri nei confronti dei bambini e dei genitori che la stipendiavano. Così era arrivato il turno Antonietta, l’occasione per riscattarsi.
«Ma come avete fatto a organizzare il vostro trasferimento così velocemente?»
«Non c’è molto da organizzare. Il tempo di sentire la proposta, vedermi offerta una paga che neanche con mille camice alla settimana mettevo insieme e la decisione era presa.»
«Avrete bisogno di qualcuno che vi aiuti, che porti le valige e pacchi. Un trasloco non si fa dalla sera alla mattina.»
«Nessuno mi aiuterà perché non porterò con me quasi nulla. Solo la foto di Lietta troverà posto nella mia borsa. Il resto lo venderò e così metto da parte due lire per quando mi ritirerò.»
Se, parlando del “resto”, Antonietta intendesse vestiti e mobili che possedeva, aveva poco da star tranquilla in vecchiaia. Ma se comprendeva anche la casa dei suoi genitori, scomparsi l’inverno precedente con l’epidemia d’influenza che aveva accompagnato i freddi straordinari di quei mesi, allora il discorso cambiava. Era una casa di contadini, mattoni d’argilla e coppi rossi, niente di lusso, niente di cui avesse potuto godere dopo il concepimento della bambina, ma valeva pur qualcosa e, in attesa che la guerra finisse, poteva anche diventare una rendita appetitosa.
«Vendere? E chi venderà se voi sarete via?»
«È già tutto organizzato. Non ho niente di cui preoccuparmi»
«Sarò la benvenuta se verrò a farvi visita?» buttò lì Irene in preda a una curiosità che le bruciava dentro.
«Sarà mio piacere,» rispose Antonietta, consapevole, come lo era la comare della sua curiosità, che Irene non stava dimostrando interesse per lei, ma per quell’inaspettata vicenda che mai, da quelle parti, aveva visto come protagonista una donna povera e limitata come lei.
«Vi auguro ogni bene,» concluse la Minguzzi. Ormai aveva capito di non poter scucire altri particolari all’Antonietta rifiorita che il mattino successivo sarebbe salita su un treno per non fare più ritorno da quelle parti.
«Grazie,» si accomiatò l’ingenua. La quale, ascoltando i previdenti consigli dell’artefice di quell’occasione, si scopriva d’improvviso meno sprovveduta di fronte alla brama di chi voleva unicamente sapere senza averne titolo.
A Irene non restò che seguirla con lo sguardo mentre Antonietta tornava al suo cammino. Ma non stava rincasando. Lasciata via Garibaldi, la vide svoltare in via Roma e scomparire dietro l’angolo. Si affrettò dunque a raggiungere l’incrocio e a celarsi dietro il muro, ma di Antonietta non c’era traccia. A lasciar presagire la sua destinazione, lo scampanellio d’ingresso del negozio di Lola che si ripeté di lì a qualche momento preannunciando l’entrata nella sua visuale di Carlotta Galeppi.

La Lola della Bassa – 2

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Il caffè dei morti

La prima volta che Antonietta aveva scostato il paravento del retrobottega nutriva un misto di vergogna, imbarazzo e speranza. Temeva anche per le sorti dell’anima sua. Don Franco, ai vespri, aveva tuonato contro le pratiche del diavolo e aveva promesso eterna dannazione per chi violava le leggi delle sacre scritture sedendosi ad amabile conversazione con chi aveva varcato le soglie del non ritorno. Antonietta però non si spiegava del tutto il motivo per cui don Franco visitava così spesso il negozio di Lola.
«Come rammenda lei i paramenti non lo fa nessuno» soleva ripetere il sacerdote con pubblico scorno della perpetua.
«Ma com’è che i paramenti sono sempre strappati?» si domandava talvolta Antonietta rivolgendo subito dopo uno sguardo al cielo per chiedere alla Vergine Maria l’assoluzione per aver dubitato delle parole del prete.
«Venite, accomodatevi là e ditemi cosa posso fare per voi» la riportò alla realtà la voce di Lola.
Antonietta aveva preso posto su una sedia la cui imbottitura lasciava intendere l’esatta dislocazione dei grumi di lanugine e raccolse le mani in grembo.
«Ditemi» l’aveva sollecitata di nuovo la padrona di casa vedendo che la sua ospite esitava ancora. Ma le parole si confondevano nella testa di Antonietta e la timidezza dava un calcio a qualsiasi frase le venisse in mente. Alla fine si risolse per un intercalare semplice.
«Lietta, la mia bambina, è mancata un anno fa e non mi so dar pace. La casa è vuota e non parlo con nessuno.»
Lola aveva assentito a quelle parole, lo sguardo tramutato in consolazione per chi, come lei, aveva conosciuto la desolazione della perdita di un figlio. E tra le due donne si era instaurata una sorta di solidarietà più simile a un sentire corporativo piuttosto che a un lutto che univa due madri orfane dei frutti del loro ventre.
«Dunque volete chiamare la vostra piccola. Ma non vi aspettate ora che posiamo le mani sul tavolino e che questo si metta a scalciare come un cavallo» aveva esordito Lola. «No, no, no. Io sono una persona seria, mica come quelli che dicono che vi fanno parlare con i defunti e poi c’hanno qualcuno nascosto dietro la tenda.»
Antonietta, fino a quel momento, sguardo basso, non aveva ancora osservato il retrobottega. Volgendo gli occhi intorno, vedeva una stanza spoglia, a esclusione delle due poltroncine su cui erano sedute e di altre due vuote, un tavolo di legno povero e una lampada retta da un lungo stelo che risaliva la parete, sulla sinistra. L’ambiente le appariva trasparente, senza minacce né imbrogli, e il suo animo si dispose a entrare in contatto con la figlia.
«Che devo fare?» chiese a Lola.
«Dovete solo bere il vostro caffè» e con un tuonante «È venuto su?» si rivolse a un secondo paravento che dava – Antonietta lo avrebbe visto quando sarebbe entrata la serva, Maria – sulla cucina.
Ed ecco Maria che, mettendoci del suo per non commettere sacrilegio rovesciando il caffè dei defunti, avanzava cauta con lo sguardo fisso sul bordo della tazzina.
«Bevete, cara, e poi vuotate i fondi su quello straccio» disse indicando una pezza lisa ma pulita che stava sul vassoio.
Antonietta eseguì con coscienza nonostante il sapore amaro di quel caffè il cui retrogusto poteva sapere di bruciato o di qualche radice aggiunta a titolo di aroma della casa.
«Vediamo…» attaccò Lola.
«Mi scusi, ma non mi interessa il futuro. Mi interessa solo la mia Lietta».
«Lo so» controbatté Lola, pronta a quella rimostranza. Erano tutte così le sue ospiti, imbevute di superstizioni antiquate: il caffè per predire il domani, le budella dei polli per il malocchio, le facce spiritate per conversare con i trapassati. Da quegli schemi non si usciva mai con nessuna delle novizie del retrobottega.
«Fidatevi, so quello che faccio. Lietta vi parla ogni giorno attraverso il caffè, solo che voi non sapete leggere La Domenica del Corriere, figuriamoci i fondi.»
«Oh, questa è bella. I morti parlano ai vivi con il caffè?»
«Non lo sapevate? A me l’ha insegnato una zingara che era venuta al paese, prima del terremoto. Era brutta come la peste, aveva una voce da corvo e si diceva che portasse male a chi la vedeva. Detto tra noi, un po’ era vero, ma ne sapeva sull’aldilà molto più di don Franco. Ve lo dice la Lola.»
Antonietta era disorientata e avvertiva un senso di nausea. Allora voleva dire che si beveva la figlia morta tutte le volte che pigliava un caffè? Ma com’era possibile, visto che non aveva mai sentito la pancia muoversi dopo aver buttato giù quello che faceva lei con la moca a casa? Il pensiero di digerirsi Lietta da un anno senza avere minimamente idea che la disgraziata le stesse inviando messaggi fece aumentare il malessere. E prima di Lietta chi si era digerita? La madre? Il fascista crepato di diarrea? E ora non è che si faceva tutti i giorni un’insalata mista di morti, vero?
«Forse» pensò la stiratrice «è per questo che ho sempre bruciore, ma non sento mai muoversi nulla.»
Sbrigata la spiegazione sul caffè, Lola spinse avanti il naso e gli occhi le caddero in picchiata sulla pezza.
«Non va mica bene, signorina Antonietta. Bene per niente.»
«Perché? Cosa sta dicendo Lietta?» risposte la sconsolata madre senza nemmeno accorgersi che, invece degli occhi, tendeva allo straccio le orecchie, quasi a voler cogliere un qualunque suono che le confermasse che la figlia era lì.
«La ragazza è ancora in convalescenza.»
«In convalescenza?»
«Sì, in convalescenza, non si è ancora ripresa dal tetano.»
«Ah, giusto… Macché giusto! Mia figlia è morta, non è convalescente. Altrimenti che ci venivo a fare qua?»
«Be’, una visita di cortesia è sempre gradita. Comunque sia, che credete? Che quando uno crepa, rinasce dall’altra parte bello e vispo come mamma sua l’ha fatto? Ma andiamo: se uno ha avuto il tetano, deve passargli l’avvelenamento del sangue. E se a uno gli si è rotta la testa, ha da aspettare che le ossa si aggiustino.»
Antonietta era sempre più disorientata: prima i morti parlavano nel caffè, poi dovevano guarire perché in vita avevano avuto qualche disgrazia. Questa Lola era davvero strana. Fosse mica matta? E poi rammentò quanto le aveva detto la Minguzzi, donna dalla lingua sbarazzina ma sincera. «Non vi stupite troppo, dice cose che il papa la scomunica domani mattina, ma ci azzecca.»
Così decise di prendere per buone le parole della donna.
«Va bene, scusate. Che dice altro Lietta?»
«Vuole darvi dei consigli. “Mamma, sei stata qui tutta la vita e non ci hai ricavato una carezza né un soldo. Lascia tutto e vai via. Non ti curare dei vestiti e delle cose, prendi, parti, vai. Fatti aiutare dalla signora Lola, che conosce gente in centr’Italia e ti può trovare un lavoro a servizio da qualche brava persona che si curerà di te, magari più dei signori di campagna, e che ti assisterà nel bisogno. Vai, mamma, e ascolta la signora Lola”.»
Ma quante parole pronuncia Lietta in pochi fondi di caffè? Quella bambina che non fiatava neanche se interrogata ne aveva presa di parlantina dopo il trapasso. Come se non bastasse, la sollecitava a lasciare, alla sua età, il paese. Magari le era dato di volta in cervello, con tutta quell’umidità presa al camposanto.
«E c’è dell’altro» riprese Lola.
«Dell’altro?»
«Sì, dice che anche se voi non sapete leggere né la Domenica del Corriere né i fondi del caffè continuerà a parlarvi. Venite da me tra una settimana con tutti i fondi e vi metterò bianco su nero le parole della vostra figliola. Ve le leggerò io, le lettere della Lietta, non vi preoccupate, e poi potrete conservarle per farvele leggere da qualcun altro: così saprete che non vi prendo in giro. Chiunque leggerà le lettere che vi darò, vi ripeterà le mie stesse parole.»
Antonietta, se fosse stata meno turbata e meno Antonietta, a quel punto si sarebbe alzata e se ne sarebbe andata senza salutare né rimettere mai più piede nel retrobottega. Ma la fiducia riposta in Lola e la sua mente semplice, poco agile nel cogliere le truffe, figuriamoci il loro puzzo, non aveva afferrato le molteplici chiavi di lettura nelle parole della sua interlocutrice. E anzi, levandosi dalla poltroncina, affermò con un po’ più d’animo rispetto a quando era entrata: «Voglio pagare il vostro disturbo. Mi dovete dire quanto vi devo per l’aiuto.»
«Non vogliate offendermi, signorina Antonietta, non vogliate. Non pratico per denaro o, almeno, non sempre. Con voi niente soldi, ho deciso, e non se ne parli più. E poi, cara signorina, non avremo forse tutti noi una ricompensa per quanto facciamo?»
Antonietta, attraversando di nuovo il paravento, intravedeva l’uscio e una schiarita nel suo futuro. Lietta le avrebbe parlato ancora e le stava indicando una strada alla fine della quale, forse, avrebbe avuto anche lei la meritata ricompensa di cui parlava Lola. Che Lola avesse la sua, era sacrosanto. E mentre affrontava il marciapiede con falcate rinvigorite, si ricordò che non aveva chiesto se i fondi doveva conservarli caffè per caffè oppure se ammucchiarli tutti insieme con il rischio che le parole della mischia diventassero un vociame da non cavarci niente di sensato.

La Lola della Bassa – 1

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Storie Nere è una categoria nuova categoria che intende riportare a puntate storie reali, di fantasia o verosimili. Quella che segue si intitola “La Lola della Bassa” e si ispira a una vicenda consumatasi tra il 1939 e il 1940, quella della saponificatrice di Correggio. Ma vi si ispira soltanto, però, per sommissimi capi. Dialoghi, personaggi, azioni sono invece frutto di finzione e non sono ricondicibili ad alcunché di reale.

Il retrobottega

Lola aveva il sorriso delle persone fresche d’animo. Guardandola, si sarebbe detto che i lutti e le botte non avessero calato su di lei quella patina grigia di chi ha fatto il suo ingresso nell’età matura, gravato da responsabilità e spogliato di sogni. Il suo spirito, bonario e aperto, aveva fatto la fortuna della bottega e del marito Ferruccio, impiegato all’ufficio del catasto che, per quattro ma sicure lire di stipendio, aveva ritenuto un buon affare vendere giovinezza e giovialità.
Lola invece ci sapeva fare. Quei due, emigrati dal Mezzogiorno dopo la distruzione della Marsica, in dote solo la maledizione della madre di lei, avevano affittato in via Roma un appartamento con negozio annesso grazie ai risarcimenti versati a chi aveva perso casa e beni sotto l’impennata della terra.
«Qualcosa ce ne faremo» aveva detto lei. E qualcosa ci fecero. Da meridionali trattati con diffidenza perché mica se ne vedevano tanti da quelle parti, avevano tirato su una piccola fortuna in un paesotto della bassa Emilia dove d’estate, quando la nebbia è assente, ci pensa l’umidità a intorbidire il paesaggio.
«E non è per merito della questua del comune che siamo quasi signori» ripeteva Lola alle donne che, con la scusa di cercare una camicetta come si usa nella capitale o il cappello che con la moda non ha nulla a che vedere, si davano convivio nel retro.
Ad attirarle non erano però solo gli straccetti che Lola recuperava trasformandoli, dietro diligenti lavaggi e stirature, in capi di sartoria che le assicuravano un discreto introito. No. A far loro gola era il retrobottega, trasformato nella seconda attività – prima in termini di guadagni – della padrona. Qui, con espressione grave e modi da officiante, leggeva carte e fondi del caffè, consultava astri e trapassati e vaticinava un futuro per una serie di zitellotte a cui il futuro glielo leggevi in faccia, senza tirare in ballo i lumi del cielo. Tra le più affezionate, ce n’erano tre che venivano un giorno sì e l’altro anche, se proprio proprio non c’era altro di più urgente.
Antonietta Cocinelli l’avreste detta una massaia che spenna oche pescate dalla corte e inforna arrosti per una mezza dozzina di figli. Di figli, invece, ne aveva, anzi ne aveva avuta da un anno in qua, solo una e di marito mai neanche l’ombra. Diciannove anni prima, quando gli echi degli scontri tra cooperative rosse e i nascituri fasci di combattimento iniziavano a farsi conoscere, lei aveva messo al mondo una creatura, Lietta, al di fuori del sacro vincolo del matrimonio.
Il padre della creatura era un garzone che, dalla sporta da fornaio, era passato al manganello facendo tappa alla marcia su Roma. Famiglia povera ma onorata la sua, aveva pensato bene di spedire il rampollo dai lombi ruspanti in città e di qui era partito più tardi per l’Eritrea dove infausto destino aveva voluto che una portentosa diarrea se lo portasse via.
Così Antonietta, svergognata e ripudiata dai genitori, si era tenuta la sua bambina stirando la biancheria dei signori di campagna. Ragazzetta silenziosa ma amorevole, Lietta era cresciuta con l’aroma dell’amido nelle narici e il timore che Gesù, un giorno, venisse a chiedere il conto per il peccato che l’aveva generata. E così era stato quando, inciampando in un forcone, s’era trafitta il polso e il sangue, infettato dal tetano. Antonietta aveva pianto ai funerali e poi si era rasserenata quando aveva saputo che Lola sapeva parlare con i morti.
La seconda avventrice fissa del retrobottega era Carlotta Galeppi. In età da marito, aveva sacrificato la sua carne sbocciante alla follia della madre: la donna viveva ormai persa in una rievocazione tutta sua della corte del Re Sole di cui aveva letto, giovinetta peccaminosa, in romanzi sporchi che circolavano in collegio nonostante l’onnipresente sguardo inquisitorio delle suore. Man mano che il male inondava la sua testa, la matta si era trasformata nell’immaginaria concubina di sua maestà e destinava le giornate ai preparativi del regale amplesso con il più luminoso dei sovrani.
A Carlotta non era rimasto altro che accudirla, scandire stentati «Mais oui, madamoiselle», «Le roi vous attend» e aspettare che la vecchia esaurisse i suoi ardori per l’assolutismo borbonico nell’abbraccio dell’eterno riposo. Quando avvenne, la fioritura di Carlotta era trascorsa da tempo e, con rammarico, si era rassegnata al fatto che in paese non avrebbe mai trovato un uomo che la impalmasse.
Così, per sopravvivere, aveva venduto i gioielli della madre e, riesumando un diploma magistrale ingiallito nel cassetto del comò, aveva imbastito un asilo privato. Non una scuola ufficiale che l’avrebbe insabbiata nella fiera burocrazia fascista, ma un nido con lettini, giocattoli e seggiole in cui le mamme potevano depositare i loro cuccioli confidando in un pasto caldo e nella merenda dietro il pagamento di una ragionevole retta mensile. Carlotta si era appassionata talmente al suo ruolo di maestra che ora meditava il grande salto: una scuola vera, ma non più da insegnante, voleva essere direttrice.
La terza signora di nome faceva Adelaide Ghislandi. Donna dal petto imperioso, teneva il mento sempre alto, la testa di tre quarti che puntava alla spalla sinistra. Da giovane era stata una cantante lirica, un soprano, che, complice l’unica audizione azzeccata della sua vita artistica – anche per la compiacenza dimostrata verso il direttore della compagnia di canto, malignava la cognata Irene Minguzzi –, aveva preso parte a una tournée che l’aveva portata in Egitto e in Marocco. Qualche giornale locale si era occupato di lei ai tempi dei successi d’oltre Mediterraneo, ma la sua stella aveva iniziato a tramontare nel momento in cui le brame del direttore si erano indirizzate verso un passerotto aspirante tenore che aveva forse superato la pubertà.
La pubertà, il passerotto, l’aveva effettivamente esaurita, ma era ancora lontana dalla maggiore età e non aveva comunicato ai genitori la sua intenzione di raggiungere una compagnia di canto per esibirsi pubblicamente davanti agli arabi. Quindi, quando la patria aveva visto il ritorno gli artisti, ad attenderli non c’erano fama e pubblico, ma i carabinieri aizzati da mamma e papà passerotto. Morale: il direttore in carcere e poi al confino e Adelaide al punto di partenza, nel paese natale, bruciata dallo scandalo. I passati splendori erano l’argomento preferito della cantante, sempre pronta a sfoderare dalla borsetta quegli articoli che parlavano di lei, uno dei quali era corredato addirittura da una fotografia. E ora, alle soglie dell’infertilità, aveva abbandonato velleità canore per attendere un uomo con cui maritarsi e condividere quello che restava.

Heroes

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Preferiva che fossero gli altri a vivere. Lui si limitava a descriverla, la vita. Certo, oltre a sbatterla sulla carta, la cercava, ne leggeva avidamente sui giornali che ogni giorno si portava a casa. O la stavana dai libri che divorava con voracità. Oppure ancora la coglieva impudica negli angoli più remoti e ambigui di Internet, raggiungendola attraverso combinazioni di parole chiave che avrebbero potuto tranquillamente far drizzare le orecchie a un qualsiasi Grande Fratello in silente ascolto.
Si rendeva conto di soffrire di un blando eremitismo che sfociava, con ogni probabilità, in toni di sociopatia. Ma a un certo punto aveva realizzato di averne abbastanza. Era iniziata chiedendosi il motivo per cui, ogni inverno, si faceva assalire passivamente dal freddo che gli succhiava il midollo dalle ossa nei rientri notturni. Gettava nel cesso qualche ora bevendo birra in uno squallido pub di periferia e poi, pagato il conto alla cassa, espiava la triste serata facendosi divorare dal gelo. Perché? Quando la domanda gli fu così chiara da non poter essere elusa, seppe anche di non avere una risposta. Ma sapeva pure di poter evitare almeno quel genere di sofferenza. E così fece. Al pub non ci tornò più.
Aveva un concetto tutto suo della vita. La considerava dolce come uno stupro e non aveva alcuna intenzione di permettere altre profanazioni del suo corpo e della sua mente. La seconda decisione che prese, quella di scrivere, era la diretta conseguenza della prima. E non aveva nulla a che fare con una nobile denuncia. Era al contrario più vicina a un avvertimento, alla promessa di una minaccia. Così i suoi libri erano crudi, una rasoiata sulla faccia del lettore perché ferire è più istruttivo che educare. Le ambientazioni che creava – anzi, che riproduceva – erano violenza allo stato puro. Erano aggressioni che serviva senza farciture ai lettori. Era una realtà brutale percepita con gli occhi di un bambino per il quale il buio e l’odio sono assoluti, senza sfumature, senza focali a cambiarne le distanze.
Per anni aveva vissuto con il sapore del risentimento in bocca. Con l’odore lasciato da uno schiaffo in pieno volto. Con la vendetta che sapeva sempre dove stava di casa. Non c’era niente che lo proteggesse dalle ombre che lo volevano. Aveva provato a rendersi impuro, meritevole di quel marciume che pretendeva la sua anima. Aveva dato in pasto la sua carne a nottate di sesso che regalano unicamente lividi. Era ricorso a ogni genere di droga per permettere al suo cervello di fuggire oltre il confine della coscienza e della logica. Come un automa, si era masticato dita e labbra in un improvvisato rito di autocannibalismo. Ma niente.
Seppur non razionalmente, una parte di lui lo intuiva: finché avesse continuato a vivere, il mostro lo avrebbe reclamato. Perché la deformità si annida ovunque e non è possibile scorgerla in anticipo. Chiunque poteva diventare il sadico, l’approfittatore, il traditore, il macellaio di turno. Chiunque poteva nutrirsi di nuovo del suo panico e poi lasciarlo a terra, svuotato, a raschiare ossigeno per tornare a riempirsi i polmoni e ricominciare di nuovo in una giostra delle atrocità senza fine.
Ci erano voluti decenni per portare in superficie tutto ciò. Ma nel momento in cui aveva saputo qual era il suo destino, aveva scelto la vita rinunciando a essa. Si badi bene: non aveva mai cullato l’idea del suicidio perché non la reputava una soluzione. In un certo senso viveva più profondamente degli altri. Amava svegliarsi il mattino, aspirare a fondo la prima sigaretta della giornata, rileggere una pagina appena scritta, godersi una cena ben riuscita davanti a un telefilm. Era affascinato dalla resistenza che aveva dimostrato in quegli anni e ne era giustamente orgoglioso. Era tornato a prendersi cura del suo corpo, ad ascoltarlo, ad accudirlo quando era ferito. Trascorreva ore immerso nell’armonia più perfetta mentre osservava la neve che scendeva, attendeva con eccitazione lo scatenarsi di un temporale asserragliato all’orizzonte e, a volte, sorrideva quando finalmente il sole tornava a irradiare nel cielo.
Fu solo alla fine di quella notte in cui prese la prima decisione che, finalmente, intravide una speranza per sé. Avrebbe rinunciato all’amore di un altro essere umano, al cinema con amici, alle avventure estive in compagnia. Avrebbe evitato ogni volta che gli fosse stato possibile di rispondere al telefono e al citofono. Quando sarebbe uscito, avrebbe sfoderato le chiavi di casa con largo anticipo sul momento del rientro e sarebbe stato disponibile a nuove sofferenze provenienti esclusivamente dal suo passato. Quelle non le poteva evitare, ma dal futuro non voleva niente. Nel bene e nel male. Tutto ciò non era stato motivo di infelicità, nel momento in cui aveva iniziato la sua nuova non-vita. Anzi, più passava il tempo e più ne era soddisfatto. Rispetto agli altri uomini, aveva modificato le sue aspettative. Per lui, la ricerca della felicità si componeva di piccole tappe.