La bomba alla stazione di Bologna tra sentenze e revisionismi

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Tutta un'altra strage di Riccardo BoccaDistricarsi da 500 mila pagine di atti giudiziari è operazione tutt’altro che semplice. Soprattutto se, a fronte di colpevoli individuati come tali da sentenze passate in giudicato, rimangono aperti molti interrogativi e si infittiscono fronti innocentisti sostenuti, sembra più per ragioni emotive che per cognizione di causa, da personaggi come Furio Colombo, Giuseppe Zamberletti, Paolo Guzzanti o Francesco Cossiga. È la storia contenuta nel libro Tutta un’altra strage di Riccardo Bocca, che parte dalla dichiarazione di una testimone che, fin dal 1982, disse di aver visto Valerio Fioravanti e Francesca Mambro davanti alla stazione, quel 10 agosto 1980, avvalorando così ciò che i tribunali hanno già sancito: i colpevoli sono loro e i loro complici dei Nar.

Ma non si limita a questo. Ripercorre i sei processi e i cinque gradi di giudizio, gli ambienti del neofascismo romano e siciliano, i rapporti con la P2 e Licio Gelli, le ambiguità delle istituzioni e dell’intelligence, le deposizioni contradditorie, le piste alternative a quella ufficiale: l’esplosione accidentale durante un trasporto di materiale detonante, il coinvolgimento della Libia di Gheddafi che collegherebbe la bomba alla stazione al DC9 di Ustica, le insinuazioni introdotte dalla commissione Mitrokin e il terrorismo internazionale e in particolare tedesco. Il tutto documentando, intervistando, citando in un lavoro di ricostruzione scrupoloso che avvalora ogni affermazione.

Ne viene fuori tutta la complessità di una vicenda sulla quale è calato ormai da tempo un processo di revisionismo politico volto a escludere i colpevoli condannati all’ergastolo e oggi quasi tutti tornati in libertà. E se ci fosse bisogno di una conferma di questa tendenza, è sufficiente leggersi l’intervista a Francesco Cossiga, allora presidente del consiglio, che dimostra quanto dice il “non detto” di personaggi istituzionali che non hanno alcun interesse a riconoscere responsabilità e contribuire all’accertamento dei fatti. Eccone alcuni passaggi presi dal libro di Bocca:

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Un contrappasso politico l’internamento di Larissa Arap

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Aggiornamento del 21 agosto 2007 via Pino Scaccia: Finalmente libera Larisa: non è lei la matta.

Per rinnovare la patente era andata a ritirare un certificato psichiatrico dopo aver superato senza problemi qualche giorno prima una visita. Ma quando si è presentata nello studio del medico, a inizio luglio, le hanno chiesto di attendere. Poco dopo è arrivata la polizia, che l’ha prelevata e portata nell’ospedale psichiatrico di Murmansk, sul mar di Barens. Una specie di contrappasso per una giornalista russa, Larissa Arap, che a inizio giugno aveva realizzato un dossier proprio su questo centro in cui i pazienti sarebbero sottoposti non a percorsi terapeutici, ma a torture.

Un contrappasso politico, una ritorsione, denunciano l’ex campione di scacchi Garry Kasparov, divenuto strenuo oppositore dell’autoritarismo del presidente Vladimir Putin, e lo United Civil Front del quale Larissa Arap è militante. A leggere l’articolo scritto da Claudio Salvalaggio per l’Ansa, lo sciopero della fame iniziato dalla giornalista non ha fatto che peggiorare la sua situazione, che da trattamento sanitario obbligatorio si trasforma in internamento in un centro per malati psichiatrici cronici a 150 chilometri di distanza. Tutto questo tra il disinterassamento delle autorità sanitarie di competenza.

Un ritorno alla psichiatria politica, denunciano ancora i gruppi per i diritti civili. Scrive in proposito Salvataggio:

Iuri Sovienko, presidente dell’associazione psichiatri indipendenti russi, ha ricordato oggi che, da metà degli anni novanta, “la psichiatria è stata usata qualche volta per scopi contrari alla medicina”. L’ex dissidente Valeria Novodvorskaia, ora tra i critici più feroci del presidente russo Vladimir Putin, è stata ancora più esplicita: “La vendetta per mezzo della detenzione psichiatrica oggi è caratteristica delle regioni più remote della Russia”.