Virus, video e peer to peer
Un elenco di filmati e interviste a giornalisti, politici, scrittori sulla situazione politica in Italia. Il progetto si chiama Viral Video e contiene interventi di Marco Travaglio, Peter Gomez, Gianni Barbacetto, Massimo Fini, Gianni Vattimo e diversi altri. Un buon training per la presentazione del libro Inciucio. I materiali originali prodotti dal progetto sono rilasciati secondo la clausola di copyleft: «Chiunque può copiare o diffondere i materiali del Viral video project gratuitamente a condizione che non ne venga fatto un uso commerciale o che vengano manipolati e/o trasmessi in modo non integrale».
La Lola della Bassa - 3
Addio ad Antonietta
La Minguzzi stava attraversando piazza XX Settembre quando si imbatté in Antonietta. Un anno e sette mesi erano trascorsi dalla morte della figlia. Ed ecco lì che la madre addolorata sembrava d’improvviso trasformata in un’altra donna: era appena uscita dal parrucchiere che aveva oscurato le striature bianche infittitesi dopo la disgrazia. Le mani, inoltre, non apparivano più quelle di una stiratrice di vecchia data: erano diventate più mordibe, più bianche, malgrado fossero ancora visibili bruciature che solo un miracolo avrebbe potuto cancellare.
Ma a colpire la comare furono soprattutto portamento e sguardo della donna: il primo era eretto mentre il secondo era parallelo alla strada, confinando nel passato gli occhi chini e le spalle incurvate, liberi dall’ombra che Antonietta si trascinava da una vita e che dopo la scomparsa di Lietta si era fatta più incombente.
«Vi trovo bene, signorina,» l’apostrofò Irene con una punta di invidia che non conteneva cattiveria premeditata, ma solo un’aspirazione repressa a una vita migliore a quella di una lavandaia.
«Sì, parto, vado via. Ho trovato da andare a servizio da gente di Cerveteri. Sono gente benestante, nobili e imparentati con un monsignorone. Hanno bisogno di una governante che stia dietro ai bambini, ne hanno quattro, e che faccia attenzione a camerieri, cuoche e inservienti. Abitano in una villa con diciotto stanze e una, anzi no, che dico, due saranno tutte per me. Non metterò più le mani nell’amido e non dovrò più andare in bicicletta con il bello e con il brutto a riconsegnare i panni stirati.»
Le parole di Antonietta uscivano a raffica e Irene era stupefatta. Ma come? Non ne aveva saputo niente, nemmeno una parola era circolata in paese e ora questa poveretta, senza arte né parte, andava a servizio dai parenti di un prelato. Ne voleva sapere di più.
«Oh, ma cosa mi dite? Ci lasciate così? Ma spero che non vi dimenticherete del paese e di chi vi ha prestato una parola buona nelle disgrazie del passato. A quando il trasferimento? E come avete fatto a inciampare in tanta fortuna?»
Fu così che Irene venne a sapere che la data della partenza era per il giorno successivo, di primo mattino, e che il contatto veniva dalla città. Antonietta sapeva quanto facilmente la sua interlocutrice potesse far rimbalzare la notizia per l’intero paese e voleva – anzi doveva, contrariamente a Irene – restare sul vago. Era stata fortunata: conosceva una persona che conosceva un’altra persona che conosceva il religioso. Il quale si sarebbe lamentato della difficoltà nel trovare gente di servizio come si deve, della mancanza di fiducia di cui i cugini di Cerveteri soffrivano verso i domestici e di come la governante precedente avesse iniziato tempo addietro a trascurare i suoi doveri nei confronti dei bambini e dei genitori che la stipendiavano. Così era arrivato il turno Antonietta, l’occasione per riscattarsi.
«Ma come avete fatto a organizzare il vostro trasferimento così velocemente?»
«Non c’è molto da organizzare. Il tempo di sentire la proposta, vedermi offerta una paga che neanche con mille camice alla settimana mettevo insieme e la decisione era presa.»
«Avrete bisogno di qualcuno che vi aiuti, che porti le valige e pacchi. Un trasloco non si fa dalla sera alla mattina.»
«Nessuno mi aiuterà perché non porterò con me quasi nulla. Solo la foto di Lietta troverà posto nella mia borsa. Il resto lo venderò e così metto da parte due lire per quando mi ritirerò.»
Se, parlando del “resto”, Antonietta intendesse vestiti e mobili che possedeva, aveva poco da star tranquilla in vecchiaia. Ma se comprendeva anche la casa dei suoi genitori, scomparsi l’inverno precedente con l’epidemia d’influenza che aveva accompagnato i freddi straordinari di quei mesi, allora il discorso cambiava. Era una casa di contadini, mattoni d’argilla e coppi rossi, niente di lusso, niente di cui avesse potuto godere dopo il concepimento della bambina, ma valeva pur qualcosa e, in attesa che la guerra finisse, poteva anche diventare una rendita appetitosa.
«Vendere? E chi venderà se voi sarete via?»
«È già tutto organizzato. Non ho niente di cui preoccuparmi»
«Sarò la benvenuta se verrò a farvi visita?» buttò lì Irene in preda a una curiosità che le bruciava dentro.
«Sarà mio piacere,» rispose Antonietta, consapevole, come lo era la comare della sua curiosità, che Irene non stava dimostrando interesse per lei, ma per quell’inaspettata vicenda che mai, da quelle parti, aveva visto come protagonista una donna povera e limitata come lei.
«Vi auguro ogni bene,» concluse la Minguzzi. Ormai aveva capito di non poter scucire altri particolari all’Antonietta rifiorita che il mattino successivo sarebbe salita su un treno per non fare più ritorno da quelle parti.
«Grazie,» si accomiatò l’ingenua. La quale, ascoltando i previdenti consigli dell’artefice di quell’occasione, si scopriva d’improvviso meno sprovveduta di fronte alla brama di chi voleva unicamente sapere senza averne titolo.
A Irene non restò che seguirla con lo sguardo mentre Antonietta tornava al suo cammino. Ma non stava rincasando. Lasciata via Garibaldi, la vide svoltare in via Roma e scomparire dietro l’angolo. Si affrettò dunque a raggiungere l’incrocio e a celarsi dietro il muro, ma di Antonietta non c’era traccia. A lasciar presagire la sua destinazione, lo scampanellio d’ingresso del negozio di Lola che si ripeté di lì a qualche momento preannunciando l’entrata nella sua visuale di Carlotta Galeppi.
La Lola della Bassa - 2
Il caffè dei morti
La prima volta che Antonietta aveva scostato il paravento del retrobottega nutriva un misto di vergogna, imbarazzo e speranza. Temeva anche per le sorti dell’anima sua. Don Franco, ai vespri, aveva tuonato contro le pratiche del diavolo e aveva promesso eterna dannazione per chi violava le leggi delle sacre scritture sedendosi ad amabile conversazione con chi aveva varcato le soglie del non ritorno. Antonietta però non si spiegava del tutto il motivo per cui don Franco visitava così spesso il negozio di Lola.
«Come rammenda lei i paramenti non lo fa nessuno» soleva ripetere il sacerdote con pubblico scorno della perpetua.
«Ma com’è che i paramenti sono sempre strappati?» si domandava talvolta Antonietta rivolgendo subito dopo uno sguardo al cielo per chiedere alla Vergine Maria l’assoluzione per aver dubitato delle parole del prete.
«Venite, accomodatevi là e ditemi cosa posso fare per voi» la riportò alla realtà la voce di Lola.
Antonietta aveva preso posto su una sedia la cui imbottitura lasciava intendere l’esatta dislocazione dei grumi di lanugine e raccolse le mani in grembo.
«Ditemi» l’aveva sollecitata di nuovo la padrona di casa vedendo che la sua ospite esitava ancora. Ma le parole si confondevano nella testa di Antonietta e la timidezza dava un calcio a qualsiasi frase le venisse in mente. Alla fine si risolse per un intercalare semplice.
«Lietta, la mia bambina, è mancata un anno fa e non mi so dar pace. La casa è vuota e non parlo con nessuno.»
Lola aveva assentito a quelle parole, lo sguardo tramutato in consolazione per chi, come lei, aveva conosciuto la desolazione della perdita di un figlio. E tra le due donne si era instaurata una sorta di solidarietà più simile a un sentire corporativo piuttosto che a un lutto che univa due madri orfane dei frutti del loro ventre.
«Dunque volete chiamare la vostra piccola. Ma non vi aspettate ora che posiamo le mani sul tavolino e che questo si metta a scalciare come un cavallo» aveva esordito Lola. «No, no, no. Io sono una persona seria, mica come quelli che dicono che vi fanno parlare con i defunti e poi c’hanno qualcuno nascosto dietro la tenda.»
Antonietta, fino a quel momento, sguardo basso, non aveva ancora osservato il retrobottega. Volgendo gli occhi intorno, vedeva una stanza spoglia, a esclusione delle due poltroncine su cui erano sedute e di altre due vuote, un tavolo di legno povero e una lampada retta da un lungo stelo che risaliva la parete, sulla sinistra. L’ambiente le appariva trasparente, senza minacce né imbrogli, e il suo animo si dispose a entrare in contatto con la figlia.
«Che devo fare?» chiese a Lola.
«Dovete solo bere il vostro caffè» e con un tuonante «È venuto su?» si rivolse a un secondo paravento che dava – Antonietta lo avrebbe visto quando sarebbe entrata la serva, Maria – sulla cucina.
Ed ecco Maria che, mettendoci del suo per non commettere sacrilegio rovesciando il caffè dei defunti, avanzava cauta con lo sguardo fisso sul bordo della tazzina.
«Bevete, cara, e poi vuotate i fondi su quello straccio» disse indicando una pezza lisa ma pulita che stava sul vassoio.
Antonietta eseguì con coscienza nonostante il sapore amaro di quel caffè il cui retrogusto poteva sapere di bruciato o di qualche radice aggiunta a titolo di aroma della casa.
«Vediamo…» attaccò Lola.
«Mi scusi, ma non mi interessa il futuro. Mi interessa solo la mia Lietta».
«Lo so» controbatté Lola, pronta a quella rimostranza. Erano tutte così le sue ospiti, imbevute di superstizioni antiquate: il caffè per predire il domani, le budella dei polli per il malocchio, le facce spiritate per conversare con i trapassati. Da quegli schemi non si usciva mai con nessuna delle novizie del retrobottega.
«Fidatevi, so quello che faccio. Lietta vi parla ogni giorno attraverso il caffè, solo che voi non sapete leggere La Domenica del Corriere, figuriamoci i fondi.»
«Oh, questa è bella. I morti parlano ai vivi con il caffè?»
«Non lo sapevate? A me l’ha insegnato una zingara che era venuta al paese, prima del terremoto. Era brutta come la peste, aveva una voce da corvo e si diceva che portasse male a chi la vedeva. Detto tra noi, un po’ era vero, ma ne sapeva sull’aldilà molto più di don Franco. Ve lo dice la Lola.»
Antonietta era disorientata e avvertiva un senso di nausea. Allora voleva dire che si beveva la figlia morta tutte le volte che pigliava un caffè? Ma com’era possibile, visto che non aveva mai sentito la pancia muoversi dopo aver buttato giù quello che faceva lei con la moca a casa? Il pensiero di digerirsi Lietta da un anno senza avere minimamente idea che la disgraziata le stesse inviando messaggi fece aumentare il malessere. E prima di Lietta chi si era digerita? La madre? Il fascista crepato di diarrea? E ora non è che si faceva tutti i giorni un’insalata mista di morti, vero?
«Forse» pensò la stiratrice «è per questo che ho sempre bruciore, ma non sento mai muoversi nulla.»
Sbrigata la spiegazione sul caffè, Lola spinse avanti il naso e gli occhi le caddero in picchiata sulla pezza.
«Non va mica bene, signorina Antonietta. Bene per niente.»
«Perché? Cosa sta dicendo Lietta?» risposte la sconsolata madre senza nemmeno accorgersi che, invece degli occhi, tendeva allo straccio le orecchie, quasi a voler cogliere un qualunque suono che le confermasse che la figlia era lì.
«La ragazza è ancora in convalescenza.»
«In convalescenza?»
«Sì, in convalescenza, non si è ancora ripresa dal tetano.»
«Ah, giusto… Macché giusto! Mia figlia è morta, non è convalescente. Altrimenti che ci venivo a fare qua?»
«Be’, una visita di cortesia è sempre gradita. Comunque sia, che credete? Che quando uno crepa, rinasce dall’altra parte bello e vispo come mamma sua l’ha fatto? Ma andiamo: se uno ha avuto il tetano, deve passargli l’avvelenamento del sangue. E se a uno gli si è rotta la testa, ha da aspettare che le ossa si aggiustino.»
Antonietta era sempre più disorientata: prima i morti parlavano nel caffè, poi dovevano guarire perché in vita avevano avuto qualche disgrazia. Questa Lola era davvero strana. Fosse mica matta? E poi rammentò quanto le aveva detto la Minguzzi, donna dalla lingua sbarazzina ma sincera. «Non vi stupite troppo, dice cose che il papa la scomunica domani mattina, ma ci azzecca.»
Così decise di prendere per buone le parole della donna.
«Va bene, scusate. Che dice altro Lietta?»
«Vuole darvi dei consigli. “Mamma, sei stata qui tutta la vita e non ci hai ricavato una carezza né un soldo. Lascia tutto e vai via. Non ti curare dei vestiti e delle cose, prendi, parti, vai. Fatti aiutare dalla signora Lola, che conosce gente in centr’Italia e ti può trovare un lavoro a servizio da qualche brava persona che si curerà di te, magari più dei signori di campagna, e che ti assisterà nel bisogno. Vai, mamma, e ascolta la signora Lola”.»
Ma quante parole pronuncia Lietta in pochi fondi di caffè? Quella bambina che non fiatava neanche se interrogata ne aveva presa di parlantina dopo il trapasso. Come se non bastasse, la sollecitava a lasciare, alla sua età, il paese. Magari le era dato di volta in cervello, con tutta quell’umidità presa al camposanto.
«E c’è dell’altro» riprese Lola.
«Dell’altro?»
«Sì, dice che anche se voi non sapete leggere né la Domenica del Corriere né i fondi del caffè continuerà a parlarvi. Venite da me tra una settimana con tutti i fondi e vi metterò bianco su nero le parole della vostra figliola. Ve le leggerò io, le lettere della Lietta, non vi preoccupate, e poi potrete conservarle per farvele leggere da qualcun altro: così saprete che non vi prendo in giro. Chiunque leggerà le lettere che vi darò, vi ripeterà le mie stesse parole.»
Antonietta, se fosse stata meno turbata e meno Antonietta, a quel punto si sarebbe alzata e se ne sarebbe andata senza salutare né rimettere mai più piede nel retrobottega. Ma la fiducia riposta in Lola e la sua mente semplice, poco agile nel cogliere le truffe, figuriamoci il loro puzzo, non aveva afferrato le molteplici chiavi di lettura nelle parole della sua interlocutrice. E anzi, levandosi dalla poltroncina, affermò con un po’ più d’animo rispetto a quando era entrata: «Voglio pagare il vostro disturbo. Mi dovete dire quanto vi devo per l’aiuto.»
«Non vogliate offendermi, signorina Antonietta, non vogliate. Non pratico per denaro o, almeno, non sempre. Con voi niente soldi, ho deciso, e non se ne parli più. E poi, cara signorina, non avremo forse tutti noi una ricompensa per quanto facciamo?»
Antonietta, attraversando di nuovo il paravento, intravedeva l’uscio e una schiarita nel suo futuro. Lietta le avrebbe parlato ancora e le stava indicando una strada alla fine della quale, forse, avrebbe avuto anche lei la meritata ricompensa di cui parlava Lola. Che Lola avesse la sua, era sacrosanto. E mentre affrontava il marciapiede con falcate rinvigorite, si ricordò che non aveva chiesto se i fondi doveva conservarli caffè per caffè oppure se ammucchiarli tutti insieme con il rischio che le parole della mischia diventassero un vociame da non cavarci niente di sensato.
Strisce di memoria
Si intitola La storia e le false notizie il dibattito che, in occasione delle celebrazioni del Giorno della Memoria, si terrà il prossimo 30 gennaio a Modena. Presso il Caffè Concerto di Piazza Grande, a partire dalle 21, l’argomento sarà Il complotto - La vera storia dei Protocolli dei Savi di Sion, il libro a fumetti di Will Eisner pubblicato recentemente da Einaudi per Stile Libero Extra. Nel corso della serata interveranno Andrea Plazzi, “Fumetti e romanzi e fumetti: il contributo di Will Eisner alla narrativa per immagini”, e Daniele Barbieri, della Scuola Superiore di Studi Umanistici, Università di Bologna, “Il punto di vista della Storia: Eisner testimone di un’epoca”.
La Lola della Bassa - 1
Storie Nere è una categoria nuova categoria che intende riportare a puntate storie reali, di fantasia o verosimili. Quella che segue si intitola “La Lola della Bassa” e si ispira a una vicenda consumatasi tra il 1939 e il 1940, quella della saponificatrice di Correggio. Ma vi si ispira soltanto, però, per sommissimi capi. Dialoghi, personaggi, azioni sono invece frutto di finzione e non sono ricondicibili ad alcunché di reale.
Il retrobottega
Lola aveva il sorriso delle persone fresche d’animo. Guardandola, si sarebbe detto che i lutti e le botte non avessero calato su di lei quella patina grigia di chi ha fatto il suo ingresso nell’età matura, gravato da responsabilità e spogliato di sogni. Il suo spirito, bonario e aperto, aveva fatto la fortuna della bottega e del marito Ferruccio, impiegato all’ufficio del catasto che, per quattro ma sicure lire di stipendio, aveva ritenuto un buon affare vendere giovinezza e giovialità.
Lola invece ci sapeva fare. Quei due, emigrati dal Mezzogiorno dopo la distruzione della Marsica, in dote solo la maledizione della madre di lei, avevano affittato in via Roma un appartamento con negozio annesso grazie ai risarcimenti versati a chi aveva perso casa e beni sotto l’impennata della terra.
«Qualcosa ce ne faremo» aveva detto lei. E qualcosa ci fecero. Da meridionali trattati con diffidenza perché mica se ne vedevano tanti da quelle parti, avevano tirato su una piccola fortuna in un paesotto della bassa Emilia dove d’estate, quando la nebbia è assente, ci pensa l’umidità a intorbidire il paesaggio.
«E non è per merito della questua del comune che siamo quasi signori» ripeteva Lola alle donne che, con la scusa di cercare una camicetta come si usa nella capitale o il cappello che con la moda non ha nulla a che vedere, si davano convivio nel retro.
Ad attirarle non erano però solo gli straccetti che Lola recuperava trasformandoli, dietro diligenti lavaggi e stirature, in capi di sartoria che le assicuravano un discreto introito. No. A far loro gola era il retrobottega, trasformato nella seconda attività – prima in termini di guadagni – della padrona. Qui, con espressione grave e modi da officiante, leggeva carte e fondi del caffè, consultava astri e trapassati e vaticinava un futuro per una serie di zitellotte a cui il futuro glielo leggevi in faccia, senza tirare in ballo i lumi del cielo. Tra le più affezionate, ce n’erano tre che venivano un giorno sì e l’altro anche, se proprio proprio non c’era altro di più urgente.
Antonietta Cocinelli l’avreste detta una massaia che spenna oche pescate dalla corte e inforna arrosti per una mezza dozzina di figli. Di figli, invece, ne aveva, anzi ne aveva avuta da un anno in qua, solo una e di marito mai neanche l’ombra. Diciannove anni prima, quando gli echi degli scontri tra cooperative rosse e i nascituri fasci di combattimento iniziavano a farsi conoscere, lei aveva messo al mondo una creatura, Lietta, al di fuori del sacro vincolo del matrimonio.
Il padre della creatura era un garzone che, dalla sporta da fornaio, era passato al manganello facendo tappa alla marcia su Roma. Famiglia povera ma onorata la sua, aveva pensato bene di spedire il rampollo dai lombi ruspanti in città e di qui era partito più tardi per l’Eritrea dove infausto destino aveva voluto che una portentosa diarrea se lo portasse via.
Così Antonietta, svergognata e ripudiata dai genitori, si era tenuta la sua bambina stirando la biancheria dei signori di campagna. Ragazzetta silenziosa ma amorevole, Lietta era cresciuta con l’aroma dell’amido nelle narici e il timore che Gesù, un giorno, venisse a chiedere il conto per il peccato che l’aveva generata. E così era stato quando, inciampando in un forcone, s’era trafitta il polso e il sangue, infettato dal tetano. Antonietta aveva pianto ai funerali e poi si era rasserenata quando aveva saputo che Lola sapeva parlare con i morti.
La seconda avventrice fissa del retrobottega era Carlotta Galeppi. In età da marito, aveva sacrificato la sua carne sbocciante alla follia della madre: la donna viveva ormai persa in una rievocazione tutta sua della corte del Re Sole di cui aveva letto, giovinetta peccaminosa, in romanzi sporchi che circolavano in collegio nonostante l’onnipresente sguardo inquisitorio delle suore. Man mano che il male inondava la sua testa, la matta si era trasformata nell’immaginaria concubina di sua maestà e destinava le giornate ai preparativi del regale amplesso con il più luminoso dei sovrani.
A Carlotta non era rimasto altro che accudirla, scandire stentati «Mais oui, madamoiselle», «Le roi vous attend» e aspettare che la vecchia esaurisse i suoi ardori per l’assolutismo borbonico nell’abbraccio dell’eterno riposo. Quando avvenne, la fioritura di Carlotta era trascorsa da tempo e, con rammarico, si era rassegnata al fatto che in paese non avrebbe mai trovato un uomo che la impalmasse.
Così, per sopravvivere, aveva venduto i gioielli della madre e, riesumando un diploma magistrale ingiallito nel cassetto del comò, aveva imbastito un asilo privato. Non una scuola ufficiale che l’avrebbe insabbiata nella fiera burocrazia fascista, ma un nido con lettini, giocattoli e seggiole in cui le mamme potevano depositare i loro cuccioli confidando in un pasto caldo e nella merenda dietro il pagamento di una ragionevole retta mensile. Carlotta si era appassionata talmente al suo ruolo di maestra che ora meditava il grande salto: una scuola vera, ma non più da insegnante, voleva essere direttrice.
La terza signora di nome faceva Adelaide Ghislandi. Donna dal petto imperioso, teneva il mento sempre alto, la testa di tre quarti che puntava alla spalla sinistra. Da giovane era stata una cantante lirica, un soprano, che, complice l’unica audizione azzeccata della sua vita artistica – anche per la compiacenza dimostrata verso il direttore della compagnia di canto, malignava la cognata Irene Minguzzi –, aveva preso parte a una tournée che l’aveva portata in Egitto e in Marocco. Qualche giornale locale si era occupato di lei ai tempi dei successi d’oltre Mediterraneo, ma la sua stella aveva iniziato a tramontare nel momento in cui le brame del direttore si erano indirizzate verso un passerotto aspirante tenore che aveva forse superato la pubertà.
La pubertà, il passerotto, l’aveva effettivamente esaurita, ma era ancora lontana dalla maggiore età e non aveva comunicato ai genitori la sua intenzione di raggiungere una compagnia di canto per esibirsi pubblicamente davanti agli arabi. Quindi, quando la patria aveva visto il ritorno gli artisti, ad attenderli non c’erano fama e pubblico, ma i carabinieri aizzati da mamma e papà passerotto. Morale: il direttore in carcere e poi al confino e Adelaide al punto di partenza, nel paese natale, bruciata dallo scandalo. I passati splendori erano l’argomento preferito della cantante, sempre pronta a sfoderare dalla borsetta quegli articoli che parlavano di lei, uno dei quali era corredato addirittura da una fotografia. E ora, alle soglie dell’infertilità, aveva abbandonato velleità canore per attendere un uomo con cui maritarsi e condividere quello che restava.
Addio a Roberto Bellogi
Aveva fatto parte del collegio della difesa dei Bambini di Satana nel processo del 1997 quando, da innocenti, vennero accusati di un po’ tutto ciò che di più turpe può venire in mente. Ma era anche con la parte civile al processo per l’eccidio dei carabinieri al Pilastro, avvenuto il 4 gennaio 1991 per opera della banda della Uno Bianca. Roberto Bellogi è stato un avvocato che di battaglie ne aveva combattute parecchie, che si era esposto pubblicamente per le sue battaglie. E sul finire dell’anno se n’è andato dopo una breve ma grave malattia.












