Giovanni Spampinato avrebbe compiuto 26 anni il 6 novembre 1972, ma venne assassinato pochi giorni prima, il 27 ottobre. Faceva il giornalista, il corrispondente da Ragusa per il quotidiano palermitano L'Ora, e con le sue inchieste era arrivato a toccare movimenti che abbracciavano neofascismo e cosa nostra, per quanto la sua provincia fosse considerata "babba", cioè in qualche modo indenne dalla stretta della mafia. Questa vicenda è raccontata nel libro "C'erano bei cani ma molto seri", scritto dal fratello di Giovanni, Alberto Spampinato, che oggi presiede il progetto "Ossigeno per l’informazione", l'osservatorio della Federazione nazionale della stampa e dell'ordine dei giornalisti sul cronisti minacciati. Uscito lo scorso anno per i tipi di Ponte alle Grazie, il volume di cui si occupa "A parole in breve" nella sua decima puntata, ha un doppio merito.

Da un lato rende definitamente impossibile dimenticare la vicenda umana e professionale di un giovane di cui si andava perdendo la memoria. Dall'altra ricostruisce un ambiente - una delle province più a sud della nazione - dove si sono incrociati inconfessabili convergenze tra criminalità organizzata e realtà reazionarie del Paese. Ma c'è anche un altro aspetto da sottolineare: il racconto, in tutta la prima parte del libro, della Sicilia di un tempo, del conservatorismo familiare e della rinascista progressista del secondo dopoguerra. Dei viaggi - e tali diventavano poche decine di chilometri - e dei silenzi, della contestazione degli anni Sessanta e del superamento della cultura tradizionale. Ma anche dell'amore per una terra, da cui Giovanni Spampinato avrebbe potuto andarsene. E invece restò: iniziò - e continuò a raccontare fino alla fine - di un delitto eccellente nella sua città, quello dell'ingegner Angelo Tumino, del coinvolgimento del figlio di un magistrato, Roberto Campria, della procura della repubblica che "non vede, non sente e non parla", come se obbedisse essa stessa all'atavica legge dell'omertà, e dei traffici che proseguivano nell'indifferenza generale.

Fino al delitto. Un delitto che, forse, si sarebbe potuto evitare non solo se le istituzioni avessero fatto il loro dovere. Ma anche se i cronisti più scafati dell'Ora avessero prestato più attenzione alle inchieste sempre più circostanziate di Giovanni Spampinato. E se il partito comunista avesse raccolto informazioni e timori che il giovane giornalista aveva esplicitato di fronte al segretario locale. Invece andò al macello, Giovanni, e fu lasciato andare senza che attorno a lui potesse - e volesse - formarsi alcuna rete protettiva.

Scrive Alberto Spampinato nel libro dedicato a suo fratello:

Ho sempre pensato che quando succede una cosa così grave, quando viene ucciso un innocente investito di una funzione pubblica, tutte le persone che fanno parte di una comunità sana hanno il dovere di fermarsi a riflettere, di impegnarsi personalmente e collettivamente per capire come sono andate le cose, per farsi un'idea precisa e trarne un insegnamento. Io abbandonai gli studi di ingegneria e decisi di imparare il mestiere che faceva mio fratello. Lo feci senza prendere il suo posto [...]. Nessuno può sostituire un'altra persona, se ci prova sarà sempre e soltanto un surrogato. Io decidi di diventare giornalista perché facendo questo mestiere - facendolo come avrai saputo farlo io, non come lo faceva Giovanni - avrei capito meglio la dinamica della nostra tragedia familiare. Non mi sono mai pentito di questa scelta, mi ha fatto capire molte cose.

"Amici di Rausa", amici di Ragusa, canta Antonio Mainenti. Quegli amici che se vuoi fare l'usciere ci sono per farti trovare il posto, ma se vuoi evadere dalla rete allora ti schiacciano. Come è accaduto a Giovanni Spampinato.
