Giovannone, il Lawrence d’Arabia nella Beirut palestinese

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Domani di Maurizio ChiericiStefano Giovannone aveva 64 anni quando morì e mezzo secolo della sua vita l’aveva trascorso vestendo abiti militari. Ma alla metà del luglio 1985, quando si spense nella sua abitazione di Roma, la sua carriera – arrestatasi al grado di colonnello – era precipitata ben più in basso rispetto alla considerazione che si era guadagnato in tanti anni di attività sul campo e in particolare dal 1965 al 1981, quando aveva fatto parte dei servizi segreti militari.

Nelle settimane che precedettero la sua morte gli era stata concessa la libertà provvisoria. Per lui, infatti, era stato chiesto (e ottenuto) l’arresto – tramutato poi in domiciliari per ragioni di salute – nell’ambito di un’indagine veneziana e di un’altra romana. Ma non erano le uniche che lo chiamavano direttamente in causa. Andiamo con ordine.

Ai tempo d’oro, il colonnello era noto per un vezzeggiativo, il “Lawrence d’Arabia” italiano, e la sua conoscenza dello scacchiere mediorientale aveva fatto la differenza. Una differenza che ancora in tempi recenti è tornata a emergere. Si pensi per esempio che all’inizio dell’estate 2008, dal carcere parigino di Poissy, dell’ex ufficiale del Sismi parlò il terrorista filopalestinese Ilich Ramirez Sanchez, al secolo Carlos, il venezuelano a capo del gruppo Separat ribattezzato dalla stampa lo “sciacallo” perché, durante una perquisizione, tra i suoi effetti personali venne trovato il quasi omonimo romanzo di Frederick Forsyth.
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Global Voices in italiano: su Nazione Indiana si racconta l’informazione dal basso

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Global Voices OnlineChe cos’è Global Voices in italiano: lo si spiega su Nazione Indiana con le parole del coordinatore, Bernardo Parrella, e di Eleonora Panto, entrambi anime fin dall’inizio del progetto:

Poco più di cinque anni fa Rebecca MacKinnon ed Ethan Zuckermann cercavano di capire come i blog ed il giornalismo partecipativo potessero favorire conversazioni dirette e più significative tra persone di Paesi diversi, soprattutto al di fuori del mondo occidentale e ben oltre la sfera alquanto uniforme dei media mainstream.

Da un incontro internazionale di tali blogger, tenutosi nel dicembre 2004 presso il Berkman Center for Internet and Society della Harvard University, prese così le mosse Global Voices Online, network non-profit che dà voce ai citizen media e alle produzioni di cittadini-reporter sparsi nel mondo, selezionandone gli interventi originali e rilanciandoli in articoli in inglese, a loro volta ritradotti in altre 17 lingue, innescando così un circuito di rilanci e conversazioni continue.

Dopodiché è giunta anche la versione italiana e varie volte se n’è parlato anche da queste parti.

Accesso agli archivi e agli atti Usa: in un libro l’arte di chiedere e ottenere

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The Art of AccessA proposito di Freedom of information act (Foia), Lsdi segnalava qualche giorno fa il libro The art of access: strategies for acquiring public records scritto da due docenti di giornalismo, David Cuillier (università dell’Arizona) e Charles N. Davis (università del Missouri). Racconta il post di Ldsi:

“Riuscire a ottenere i dati e gli atti che si cercano è un’arte – spiega una nota dell’editore -, una capacità che richiede un approccio organizzato ed una buona conoscenza del comportamento umano”. The Art of Access è un manuale per passare dalla legge all’azione. Basandosi sulla loro esperienza e sulle interviste a più di 100 persone che hanno utilizzato il Foia, gli autori (giornalisti ed esperti del settore) spiegano come impostare il processo di raccolta delle informazioni e superare gli ostacoli. Il libro in particolare (secondo l’editore) dovrebbe insegnare a:

  • superare gli ostacoli e i rifiuti illegali
  • capire meglio i punti di vista dei funzionari governativi per poter interloquire con loro
  • trovare maggiori e migliori materiali online e portarli alla luce per bene
  • scrivere articoli ben documentati, che siano in sintonia con le esigenze dei lettori

Qui un’intervista agli autori mentre nel frattempo è stato creato anche un sito ad hoc sul libro con tanto di faq sull’accesso agli atti e relativo materiale didattico.

L’Europeo Photo Awards 2010: fino al 14 giugno per partecipare via Flickr

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L’Europeo, storico mensile di casa Rizzoli, ha lanciato la prima edizione di un proprio concorso di fotografia. Si chiama L’Europeo Photo Awards 2010 e il bando è disponibile su Flickr, dove è stato creato anche un apposito gruppo:

Il tema […] “All’uscita dal lavoro. Le fabbriche, gli uffici, le scuole, i cantieri”. Uno scatto per sorprendere, leggere e ascoltare una nazione che lavora. La fotografia deve essere scattata in Italia.

Per confermare la tua partecipazione al concorso, devi inviare una mail all’indirizzo europeophotoawards[at]rcs.it con i seguenti dati: nome, cognome, data di nascita, indirizzo, numero civico, città, cap, telefono cellulare o fisso, e-mail, id del profilo Flickr, indirizzo completo dell’url del profilo; la partecipazione al concorso è riservata ai maggiori di 18 anni.

La mail deve essere inviata subito dopo aver postato la foto. La mancata comunicazione di uno solo dei dati anagrafici richiesti comporta l’esclusione da L’Europeo Photo Awards. Le foto devono essere senza cornice, senza watermark e senza note [e] devono avere una didascalia esplicativa (chi, dove, quando).

Il bando completo è disponibile qui e la scadenza per l’invio delle immagini è fissata per il 14 giugno prossimo. Al primo classificato una Nikon D90, obiettivo Nikkor 18-105 VR e una scheda da 4GB. Infine, se si vuole dare un’occhiata alle ultime copertine della rivista, si veda l’account Flickr della rivista.

“Paranormal activity”: l’irrazionalità di ataviche paure interiori

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Paranormal Activity

Attenzione che potrebbe seguire uno spoiler. Il lettore è avvisato e se proseguirà lo farà a proprio rischio e pericolo. Perché, nelle righe che vanno a comporre questo articolo, si affronta un film che ha fatto molto parlare di sé. Si tratta di Paranormal activity, la pellicola scritta e girata dal regista israeliano Oren Peli che se ne sta per uscire con un altro lavoro ai confini della mitologia più contemporanea, Area 51. E iniziamo con una conclusione: il finale proposto sul grande schermo poteva essere più convincente. Dopo aver costruito tanta suspense, la sapienza messa in una storia che, anche quando non spaventa, per lo meno inquieta, avrebbe fatto sperare in qualcosa di più orrorifico di una pattuglia del 911 dal grilletto troppo facile. Ma su questo viene in soccorso la Rete perché esiste, nei meandri del web, un finale alternativo e più cruento.

Torniamo però indietro e ripartiamo da una (seppur breve) tradizione inaugurata da un film per certi versi analogo. Era il 1999 quando nelle sale cinematografiche irrompeva The Blair Witch Project, storia di una banda di irriverenti filmmaker sulle tracce di una strega nata dalla leggenda. Una leggenda in grado però di influenzare menti deboli, a dar retta alla vulgata popolare, quanto basta a regalare di che scrivere ai più sanguinari dei cronisti di nera. Avranno modo di ricredersi, gli studenti di cinema, dunque, e lo faranno fin troppo rapidamente: nel giro di pochi giorni, una serie di fenomeni – non si capirà se di umana o sovrumana origine – li farà uscire di testa abbastanza da annientarli nei boschi del Maryland.
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“Il caro armato”, in un libro raccontati “spese, affari e sprechi delle forze armate”

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Il caro armatoRoberto Laghi intervista per Micromega (in audio) Francesco Vignarca a proposito del libro che ha scritto a quattro mani con Massimo Paolicelli. Appena uscito per i tipi di Altreconomia, il volume si intitola Il caro armato. Spese, affari e sprechi delle forze armate italiane e si presenta così:

Il “Nuovo Modello di Difesa” ha spostato la linea del fronte dai confini geografici a quelli degli interessi economici occidentali, ovunque siano considerati a rischio. La leva obbligatoria è stata sospesa. Ma scopriamo che, nonostante le “riforme”, il nostro esercito professionale conta ancora 190mila uomini, tra i quali il numero dei comandanti – 600 generali e ammiragli, 2.660 colonnelli e decine di migliaia di altri ufficiali – supera quello dei comandati. Scopriamo che il nostro Governo continua ad acquistare “sistemi d’arma” sempre più costosi, dalla portaerei Cavour, alle fregate FREMM (5.680 milioni di euro) al cacciabombardiere Joint Srike Fighter (13 miliardi di euro); e che il “mercato” delle armi, con i Governi principali committenti, è tutt’altro che libero: sono al contrario stretti i rapporti tra forze armate e industria bellica e frequenti i passaggi di militari a fine carriera dall’una all’altra schiera. Un capitolo è riservato alle scelte più controverse legate alle forze armate e ai loro “costi”: le missioni internazionali, la presenza dei militari in città, le servitù militari, il destino degli immobili della Difesa, l’abbandono del servizio civile; per arrivare agli “scandali” veri e propri, tra cui sprechi e inefficienze clamorose e la triste vicenda dell’uranio impoverito. L’appendice fa infine il punto sulle spese militari in Europa e nel mondo.

Francesco Vignarca, su tematiche analoghe, aveva scritto Mercenari S.p.A (Bur, 2004) e Li chiamano ancora mercenari. La privatizzazione degli eserciti nell’era della guerra globale (Altreconomia, 2004). Massimo Paolicelli invece è il presidente dell’Associazione Obiettori Nonviolenti.

Social media e giornalismo: le linee guida di Reuters

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Martin Stabe segnala le Social media guidelines di Reuters contenute all’interno del suo manuale di giornalismo:

Vogliamo incoraggiarvi ad approcciare i social media nel vostro modo di fare giornalismo, ma dobbiamo assicurarci che siate consapevole dei rischi, in special modo quelli legati alla costruzione della propria indipendenza e della propria libertà. Le nostre raccomandazioni offrono consigli generali con suggerimenti più dettagliati per gestire la vostra presenza sui più popolari social network. Questo è un mondo in rapido cambiamento e occorre esercitare il proprio senso critico in diverse aree.

Trasparanza, separazione dell’utilizzo professionale da quello personale e infine un occhio alle enciclopedie online alcune delle sezioni in cui si articola il documento.

Journalists Memorial: tributo a cronisti e operatori uccisi dalla seconda guerra mondiale a oggi

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Journalists Memorial

The Journalists Memorial, iniziativa di Doha Centre for Media Freedom, Reporter Senza Frontiere e della città di Bayeux, Francia:

Dozzine di giornalisti vengono uccisi ogni anno nel mondo. Solo in Iraq, ne sono morti più di 200 dall’inizio dell’occupazione statunitense […]. Rendere omaggio al loro coraggio e alla loro professionalità non è un’idea concepita da alcuni giornalisti per altri giornalisti. È un modo per tenere a mente che la difesa della libertà è una questione rilevante per tutti e non c’è democrazia senza notizie che rispettino le persone e si basino sui fatti. Questa lista messa in rete elenca dunque giornalisti e operatori uccisi nel corso del loro lavoro a partire dalla seconda guerra mondiale dando vita a un database unico per dimensione e scopo. Un luogo per ricordare nel timore di dimenticare. Un tributo alla libertà.

Iniziativa meritoria, dunque, a cui però mancano – ha ragione Giancarlo De Palo – due cronisti nella sezione italiana. Per quanto ufficialmente risultino scomparsi dal 2 settembre 1980, sulla loro sorte ci sono ben pochi dubbi. Sono Graziella De Palo e Italo Toni (per la loro vicenda si veda anche qui).

Piazza della Loggia, a processo si racconta dei documenti che scompaiono

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Riccardo Lenzi mi segnala un articolo uscito ieri sul quotidiano Brescia Oggi. Si intitola «Dall’archivio svaniti i documenti delle stragi» e racconta ciò che Giovanni Flamini ha dichiarato in qualità di consulente un paio di giorni fa alla Corte d’Assise di Brescia dove è in corso il processo per la strage di piazza della Loggia (su Radio Radicale è disponibile la registrazione dell’intera udienza mentre sopra si può ascoltare il singolo intervento di Flamini). Il testo dell’articolo segnalato da Riccardo merita di essere riportato per estero.

Nessun riferimento alla stra­ge di piazza Loggia o alla que­stura di Milano, consumata un anno prima, il 17 maggio ’73. Nelle veline della Divi­sione Affari Riservati non com­pare alcuna nota informativa sull’attentato bresciano. E non è l’unica pagina terroristi­ca a mancare dall’archivio. «Erano proprio i documenti che cercavo con più curiosità, conoscevo bene le carte su piazza Fontana. Ma non c’era nulla, a volte, solo le intestazio­ni». A ricordare con dovizia di dettagli il materiale custodito nel deposito di Circonvallazio­ne Appia è Giovanni Flamini, consulente, chiamato a depor­re dai pm nel terzo processo sulla strage bresciana. Era sta­to incaricato dalla Procura di Milano di esaminare parte de­gli archivi della Dar, nell’inchiesta su piazza Fontana: 36 anni dopo. a Brescia, l’accusa punta a ricostruire luci e ombre dell’attività della Dar per dimostrare che la strage di piazza Loggia maturò in un contesto che vedeva legati a doppio filo estremisti neri e ap­parati statali deviati.

«Dovevamo trovare elemen­ti che riconducessero agli at­tentati di Roma e Milano nel ’69: la documentazione, che andava dal ’61 al ’94, era ripo­sta in 40 scatole di cartone ‑ ri­corda Flamini ‑, ma il materia­le era incomprensibile». Ma nel marasma dei documenti c’era anche un brogliaccio quo­tidiano con la cronologia degli eventi giorno per giorno. « So­no andato all’agosto ’69, quan­do, tra il l’8 e il 9, si consumaro­no 10 attentati ai treni ‑ spiega Flamini ‑, ma al 7 le veline si fermavano, per riprendere so­lo 3 giorni dopo». Stessa cosa per piazza Fontana: « Il mate­riale arrivava fino a dicem­bre, poi niente. L’ipotesi più probabile era che qualcuno lo avesse fatto sparire». Molti i fascicoli sui gruppi di estrema sinistra, ma anche buste inte­state al gruppo padovano ordi­novista di Freda. Ventura e Fa­chini: «ma vuote».
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