Domani di Maurizio ChiericiIl nome di Mario Scaramella, classe 1970, è tornato a spuntare di recente nelle cronache nazionali. A citarlo erano gli articoli che, a fine inverno, raccontavano lo sfortunato soggiorno italiano della famiglia di Aleksander Litvinenko, l’ex agente dell’intelligence russa assassinato a Londra nel novembre 2006 con una dose di polonio 210. I genitori e i fratelli del dissidente dell’Est, dopo aver aperto un ristorante a Rimini riparando poi a Senigallia, denunciavano a mezzo stampa il boicottaggio del loro tentativo di ricostruirsi una vita nel Bel Paese, dove si erano rifugiati dopo la morte di Aleksander. Ed en passant tornavano a rievocare i contatti che ebbe con Mario Scaramella, ai tempi consulente della commissione Mitrokhin, a caccia di (mai trovate) informazioni sui rapporti tra l’ex premier Romano Prodi, altri personaggi del centro-sinistra e i servizi di Mosca.

Quando Scaramella venne arrestato all’aeroporto napoletano di Capodichino era la vigilia del Natale 2006. Era appena rientrato da Londra dopo essere stato ricoverato e dimesso dall’University College Hospital perché – si disse – era stato avvelenato con lo stesso isotopo radioattivo che aveva stroncato Litvinenko. Paolo Guzzanti, presidente della commissione Mitrokhin, solo tre settimane prima delle manette aveva dichiarato che il suo consulente aveva in corpo una dose letale di polonio 210 e lo dava per prossimo al trapasso. Il 6 dicembre, però, il sedicente esperto italiano in cose sovietiche veniva dimesso: non solo non era in pericolo di vita, ma gli accertamenti clinici non avevano rivelato nulla di anomalo.

Questa fu una delle varie fonti di imbarazzo per le istituzioni italiane in quella fine d’anno. Eppure c’era chi, pur non avendo controllato le referenze che il giovane consulente dava in giro, ci avrebbe giurato che era uno serio. Iniziamo da parentele e affinità che, se non fanno curriculum, almeno ci dicono qual è l’ambiente di provenienza. Sua sorella, Maria Adele, è un magistrato napoletano che all’inizio del 2009 verrà nominata presidente del collegio che deve giudicare i presunti responsabili del business illegale dei rifiuti. Tra i nomi eccellenti di questo processo compaiono quello del presidente della Regione Campania Antonio Bassolino e di alcuni manager della Impregilo, società per azioni con una lunga storia di opere pubbliche sia in Italia che all’estero e anche di indagini giudiziarie (anche queste dentro e fuori i confini nazionali).

Questo sul fronte delle parentele. Su quello delle affinità, invece, il fratello di Mario Scaramella ha sposato la figlia di Arcibaldo Miller, il capo degli ispettori del ministero della giustizia inviati di recente a Trani, per la questione delle presunte pressioni esercitate da Silvio Berlusconi sull’Agicom per il talk show non allineati. Ma in precedenza Miller è stato anche a Catanzaro, ai tempi delle indagini condotte dall’allora pubblico ministero Luigi De Magistris. In precedenza, quando ancora stava a Napoli, lavorò sul fronte del dopo terremoto in Campania, un fiume di denaro sperperato dal 1980 in poi senza realizzare mai nulla (almeno di utile alla collettività). Peccato che quella volta si perse una grande occasione per punire le malversazioni di politici e imprenditori: le accuse agli imputati caddero in forza della prescrizione dei reati contestati.

Lasciando il fronte familiare, di Scaramella colpisce l’inappellabilità della definizione affibiatagli dal giornalista statunitense Alexander Stille in un lungo articolo uscito a fine 2006 su Slate: «Gli italiani hanno un’espressione per persone come lui, un’espressione che non trova un esatto equivalente in inglese: millantatore di credito, colui che dichiara di sapere molto più di quanto non sappia e di aver fatto molto più di quanto in realtà fatto (in Italia è un crimine in genere legato ai casi di frode)».

Il vestito che Stille – ma non solo lui, c’è anche il lavoro di Claudio Gatti pubblicato a inizio 2007 sul Sole 24 Ore – taglia addosso a Scaramella è di quelli davvero sartoriali. Ne esce l’immagine di un trasformista, di un abile produttore di attestati – quanto meno di fiducia – istituzionali, di uno scalatore della ribalta scientifica internazionale tra tutela ambientale, ricerca aerospaziale e, appunto, attività di intelligence che sconfinano nella presunta lotta al terrorismo, compreso quello al-qaedista. Per arrivare a questo punto, però, ne deve scorrere di acqua dalla fine degli anni Ottanta quando parte la prima avventura di Scaramella, quella che gli procurerà una condanna in primo grado per usurpazione di titolo e di pubbliche funzioni.

Era il 1989 quando uno Scaramella neanche ventenne fondò i Nasc (Nuclei agenti di sicurezza civile), un gruppo che radunava nomi della destra partenopea e che riuscì a farsi firmare un protocollo dalla Provincia di Napoli per la tutela ambientale. Il fondatore di questa organizzazione andava in giro facendosi chiamare “commissario”, ottenne dall’alto commissariato antimafia un documento in cui si caldeggiava alla prefettura il rilascio del porto d’armi agli appartenenti ai Nasc e via a questo punto con attività anti-abusivismo a fianco di pubblici ufficiali. Fino a quando un brigadiere dei carabinieri denunciò Scaramella che non firmava mai i rapporti e usava un titolo che non possedeva, quello di commissariato appunto. La sentenza di secondo grado, dopo la condanna in primo, disse però che non era proprio così, dipendeva dai punti di vista. Se lo zelante ambientalista campano era a capo di una commissione all’interno del suo gruppo, allora non usurpava nulla.

Proseguendo nella sua carriera, Mario Scaramella si presenterà come magistrato antimafia e docente universitario. In questo frangente, si tratta quanto meno di esagerazioni. Nel primo caso, era diventato giudice onorario, una carica non di assegnazione concorsuale e di certo non legata ad alcuna indagine sulla criminalità organizzata. Nel secondo caso, al massimo si può dire che riuscì a sottoscrivere una convenzione con l’università Federico II di Napoli per beneficiare di personale da inserire in corsi che organizzava al di fuori degli ambienti accademici. Altre notizie, di lui, non se ne rintracciano nelle varie facoltà partenopee. E nemmeno nelle altre università in cui si frega di aver insegnato: non a Stanford né alla San José (di cui peraltro riporta in modo inesatto l’intestazione nel proprio curriculum).

C’è poi il percorso delle organizzazioni internazionali di cui non si capisce la sede legale esatta e che comunque vanno a bussare a realtà anche sovranazionali ottenendo talvolta risposta. Come lo Special research monitoring center (Srmc), che si sarebbe dovuto occupare di ricerca aerospaziale mettendo in collegamento enti sparsi per il mondo, o l’Environmental Crime Prevention Program (Eccp) per il contrasto alla criminalità ambientale, che parte non dal primo ma dal secondo congresso e che colorisce i nomi di italianissimi collaboratori per presentarli come ospiti stranieri. Magia delle consonanti finali e degli accenti spostati.

Pur tra lo scetticismo di veri addetti ai lavori che si accorgono dell’inconsistenza contenutistica quando si va sullo specialistico, Mario Scaramella si muove però bene e riesce a ottenere fondi da enti pubblici e parchi nazionali che vanno da qualche decina a qualche centinaio di migliaia di euro. E poi c’è il grande salto verso il mondo dell’intelligence quando in Italia, con un ritardo di diversi anni sulla Gran Bretagna, si decide a passare al setaccio i documenti che un archivista del Kgb, Vasili Mitrokhin, diceva di essersi portato dietro nella sua fuga nel Regno Unito. Indicato come la persona giusta al posto giusto da un magistrato, Lorenzo Matassa, viene votato all’unanimità dalla commissione presieduta da Paolo Guzzanti. E successive intercettazioni – che poi la legge Boato del 2003 vieterà di usare in sede giudiziaria – racconteranno della determinazione dei due nel far saltare fuori documenti che provassero il coinvolgimento di Prodi e del suo entourage in attività spionistiche sovietiche.

Ma la storia che segue, per usare ancora le parole di Stigliz, vedrà uno Scaramella diventare «la maggior fonte di imbarazzo» per la commissione. Se l’ex colonnello Oleg Gordievsky racconta a Repubblica di «essere stato perseguitato per due anni da lui» sempre per la storia dei documenti che non si trovano, c’è poi la vicenda dell’antenna sovietica piazzata sul Vesuvio che avrebbe dovuto comandare missili nucleari nascosti in un sommergibile sotto il golfo di Napoli (l’antenna non salterà mai fuori mentre un sommergibile affondato c’è, ma solo nel golfo di Biscaglia). Salta fuori anche un attentato contro il consulente con tanto di proiettili, ma si scoprirà che erano stati sparati dalla pistola della sua guardia del corpo. E poi l’allarme attentati: si dice infatti che nel mirino del governo russo ci sarebbero Scaramella e lo stesso Guzzanti. A questo proposito, però, nessuno spiegherà mai perché uccidere due personaggi pubblici vicini al presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, alleato e amico del premier russo, Vladimir Putin.

Infine c’è la storia delle armi. Quelle fatte trovare in Italia su un’auto guidata da due ucraini e che avrebbe dovuto esserne imbottita. In realtà si parla solo due granate. Ma l’allerta traffici continua, infarcita anche da trasporti di uranio che partono da Est e attraversano la penisola. Solo che l’unico alla fine condannato sarà proprio lo stesso Scaramella, che all’inizio del 2008 patteggia quattro anni (indultati) per concorso in importazione, detenzione e porto di munizionamento da guerra, esplosivo e armi. A questo si deve aggiungere l’accusa di calunnia del 2005, quando puntò il dito contro l’ex ufficiale del Kgb Alexander Talik proprio per le granate di cui sopra. Talik, secondo il discusso consulente, sarebbe stato il braccio che forniva il materiale con cui far fuori Scaramella, Guzzanti e un altro consulente della Mitrokhin, Andrei Ganchev.

(Questo articolo è stato pubblicato sul Domani di Maurizio Chierici nella rubrica I peggiori protagonisti della nostra storia.)