Radio radicale e la crociata per chiudere un’emittente che il servizio pubblico lo fa

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In qualsiasi modo la si pensi, Radio Radicale è servizio pubblico (insostituibile per me la sezione dei processi. E non lo dico perché per lavoro ci ho a che fare. Anzi, sì, proprio perché per lavoro ci ho a che fare so quanto vale il suo archivio, quotidianamente alimentato). Dunque davvero pessimo segnale ciò che sta accedendo:

Dopo 33 anni […] si è forse sul punto di impedirle proprio questa funzione e proprio nell’attuale contesto della comunicazione e della democrazia in Italia. Perché quante più persone possibili, anche nella classe dirigente, conoscano gli elementi oggettivi di tale situazione, intendiamo urgentemente informare su questo pericolo incombente.

Qui il dossier che racconta perché “salvare un servizio pubblico di informazione, non Radio Radicale” (si può anche scaricare in pdf, 65KB) e qui invece il form per firmare a sostegno della radio (al momento duemila circa le sottoscrizioni).

Angus McLeod: la guerra raccontata da strisce a fumetti

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World War by Angus McLeod

Angus McLeod è un artista canadese che racconta la guerra a fumetti. Per partire a conoscere il suo lavoro si possono leggere i suoi due ultimi lavori, World War One: Simple Version e World War Two: Simple Version in cui ogni personaggio è uno Stato coinvolto nel conflitto: la sua sagoma ricalca quella tracciata dai confini della nazione che rappresenta e porta addosso i segni di riconoscimento della propria condotta bellica. Ma navigando all’interno della sua galleria, si può trovare molto altro materiale interessante. Come i volti della guerra. Tipo questo. Nota a conclusione: i lavori di Angus McLeod sono rilasciati con una licenza Creative Commons BY-NC-ND.

(Via BoingBoing.net)

Serbia: le attività di sminamento e l’interessato intervento italiano

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La situazione delle zone minate al confine tra Serbia e Croazia mi era capitato di vederla, con colonne di auto che progressivamente si formavano all’approssimarsi della frontiera perché occorreva rimuoverne alcune troppe vicine alla sede stradale. In argomento, Peacereporter racconta questa storia: Italia-Serbia, via le mine ma la ruggine resta. E il sottotitolo all’articolo aggiunge che sarebbero in arrivo «aiuti per lo sminamento, sponsor per l’Europa e accordo Fiat Zastava. Ma per alcuni non basta per cancellare i ricordi dei bombardamenti». E infatti, in merito al disinteressato gesto tricolore, si legge:

La parternship serba rappresenta un’occasione da non perdere, soprattutto per l’Italia. L’avvio della produzione di automobili in Serbia “è un tassello fondamentale per lo sviluppo collettivo del gruppo Fiat e il più significativo in termini di potenziale: abbiamo aspettato un bel po’ di tempo per trovare un paese che ci avrebbe ospitato”, ha ammesso il manager italiano. Si tratta di investimenti di “circa 940 milioni di euro”. Per l’Italia, “un’irripetibile opportunità, con particolare riferimento al settore industriale e commerciale ed alla presenza italiana in settori strategici (telecomunicazioni, infrastrutture, banche)”. Di più, raccogliendo investimenti, la Serbia offre all’Italia un’area franca, con tasse al minimo o nulle (si va dal 10 percento a scendere a seconda degli investimenti fino allo zero per gli utili reinvestiti), terreni gratis per le aziende, ma soprattutto la possibilità di esportare dalla Serbia senza alcun dazio doganale su un mercato da 800 milioni di clienti, Ue compresa. Da 4 a 5 mila euro per chi investe in zone svantaggiate da Kraguievac a Nis fino al Sud, tassazione al minimo, costo del lavoro molto basso e alta specializzazione dei lavoratori. Una grande occasione per l’Italia, che ora prova a ricambiare il favore donando a Belgrado materiale e apparecchiature militari destinate all’individuazione, alla rimozione e alla distruzione delle mine, eredità dei bombardamenti Nato, per un valore complessivo di 600 mila euro.

C’era una volta l’intercettazione: la giustizia e le bufale della politica

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C'era una volta l'intercettazioneDopo i primi tre libri (di cui si era parlato qui e qui: Disonora il padre e la madre di Alessandro Chiarelli, Le tigri di Telecom di Andrea Pompili e Assalto alla Diaz di Simona Mammano), siamo a quota quattro. Esce infatti in questi giorni per Senza Finzione, la collana che curo insieme a Simona per Stampa Alternativa, il volume C’era una volta l’intercettazione – La giustizia e le bufale della politica, firmato dal procuratore aggiunto siciliano Antonio Ingroia con prefazione di Marco Travaglio:

Le intercettazioni sono nate e si sono evolute di pari passo con le tecnologie e i cambiamenti sociali. Il loro utilizzo è stato sottoposto a precise regole, la più importante delle quali è la richiesta da parte del pubblico ministero seguita dall’autorizzazione di un giudice per le indagini preliminari. Tutto questo mentre la politica sta insinuando l’idea di un mondo costantemente controllato. Nelle pagine di questo libro si va alla ricerca di fatti che dimostrino quanto il pericolo tanto gridato sia inesistente, rifacendosi alle intercettazioni per i reati di mafia e al valore che hanno in fase processuale.

La prefazione di Travaglio si può leggere qui e in ultimo, but not least, questo come gli altri libri sono rilasciati con licenza Creative Commons.

“L’ultima lettera che aveva ricevuto da lei le era sembrata incoraggiante”

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Rubbed out doll

Brett aveva anche una figlia, di nome Tillie, detta Till, che viveva a Denver. L’ultima lettera che aveva ricevuto da lei le era sembrata incoraggiante. Till diceva che il suo pappone non la picchiava più tanto, e che quasi tutte le vecchie ferite erano sparite, anche se le era rimasta una piccola cicatrice bianca sopra l’occhio destro, e nei giorni freddi zoppicava un po’. Si era comprata un cagnolino di nome Milo, ma al suo pappa non era piaciuto, e gli aveva sparato. In realtà questo non era poi dispiaciuto troppo a Till, perché si era resa conto che non aveva nessun bisogno di un cane, nel piccolo appartamento dove abitava e intratteneva i clienti.

Joe R. Lansdale, Bad Chili

Giuseppe Casarrubea: il caso Moro e i documenti desecretati del Foreign Office

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Giuseppe Casarrubea pubblica sul suo blog il testo Moro e il Pci (’78):

Presentiamo ai lettori del nostro blog una selezione delle traduzioni dei documenti britannici sul caso Moro, da noi ritrovati, desecretati dal Foreign Office nel gennaio di quest’anno e attualmente consultabili negli Archivi Nazionali di Kew Gardens e in parte presso l’Archivio Casarrubea di Partinico (PA). Segnaliamo che sul tema si possono consultare su questo stesso blog due articoli postati nei giorni scorsi: “And now Moro” e “Sequestro Moro: le teste di cuoio inglesi”.

Ecco i link agli altri due post pubblicati da Casarrubea: And now Moro e Sequestro Moro: le teste di cuoio inglesi.

Tre giorni a Baku, Azerbaigian: il racconto di Giuseppe Sboarina

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Baku, Azerbaigian - Foto di Giuseppe SboarinaL’autore del testo pubblicato sotto, un diario di viaggio, è Giuseppe Sboarina, che – oltre a essere un fotoreporter con cui ho lavorato in modo splendido in passato – è anche un caro amico. Non più di qualche sera fa, mi arriva un suo sms: «In partenza per Baku». Me ne aveva parlato di questo suo progetto verso la capitale dell’Azerbaigian, una toccata e fuga per strappare qualche giorno al giornale per cui lavora e conoscere un mondo diverso. «Grande. Raccontami com’è laggiù, quando torni». E così ha fatto, ma invece di telefonarmi, ha scritto le sue impressioni dandomi modo di condividerle. Sue sono anche le due fotografie a corredo del testo.

A Malpensa non sai cosa aspettarti, all’imbarco trovi poche persone; sull’aereo, all’andata, poi saremo in una ventina. Questo mio amico, fulminato almeno quanto me, ed io. Unici due europei in viaggio per turismo. Camicia, scarpe da tennis, poco bagaglio. L’aereo è nuovo, il personale durante il volo cordiale. Ma già qui immagini che ci saranno problemi di comunicazione, il nostro inglese è molto “base-base” (devo decidermi fare un corso) e il loro veramente poco cadenzato e da interpretare. Il volo passa presto: una bibita, un panno caldo per rinfrescarti, un pasto, una bibita, un poco a dormire stravaccati sulla fila vuota. Infine, a Bacu, Azerbajgian.

Ci arriviamo alle sette del mattino ora locale, tre ore di fuso avanti rispetto al nostro. Nessun problema al controllo passaporti; poi il visto in 4-5 minuti fattoci da un impiegato cordiale che ci dice che i tre giorni (un po’ meno) che dedicheremo all’Azerbaigian sono troppo pochi. Troppo pochi. Taxi e rincorsi, il taxi che c’è offerto da un autista ufficiale e non abusivo, come temavamo. Poco prima abbiamo fatto il cambio da euro a manat. In questi giorni, poi nessuno ci ha mai importunato per vendere, per chiedere, per offrire. Sembra che la regola generale sia ognuno si fa i fatti propri, l’importante è che non rompi al prossimo.
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Paura del buio: il meno peggio e la sua illustrazione

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Paura del buioIl testo che segue è contenuto nell’antologia Paura del buio, raccolta di trenta cartoline staccabili ognuna delle quali contiene un racconto e la relativa illustrazione. Distribuito in libreria e nelle fumetterie attraverso Nicola Pesce Editore, l’antologia è una produzione dal basso di Collane di Ruggine e paura.anche.no ed è rilasciata con licenza Creative Commons. L’illustrazione riportata sotto, a fianco del racconto, è opera di Carlo Labieni.

“Morti i tre scalatori scomparsi. Nuova tragedia della montagna”.
“Stroncati da un mix di alcol e droga i due ragazzi del rave”.
C’è a chi va peggio, pensa Chiara mentre sfila il giornale radio. Sta parcheggiando nel garage sotterraneo e quasi la consolano quelle notizie. Intanto ripassa la sua giornata, meno terribile se confrontata alla sorte di quei poveracci. Un avvio a razzo con la telefonata del suo ex che non rispetta gli accordi sull’affidamento del bambino: neanche oggi gliel’ha riportato.
Illustrazione di Carlo Labieni“Domani chiamo i carabinieri”.
Poi il suo ultimo giorno nella fabbrica che chiude sotto debiti e banche.
“Pazienza, lunedì sarò nel laboratorio nuovo”.
A nero è meglio che niente.
Infine al supermercato la carta di credito disattivata.
“Prenda questo”. Chiara allunga il bancomat. Avrebbe preferito caricare quella spesa il mese successivo, ma tant’è.
Torna al presente. Quando spegne i fanali, si accorge che l’illuminazione del garage è guasta. Ultimo regalo della giornata.
“Merda”.
Stavolta non è un pensiero, è una parola a voce alta.
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Stasera “on the web” la prima puntata di “Scala di grigio – Ritratti di storie in ombra”

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Questa sera, alle 21, GNUFunk Radio manda on the net la prima puntata di Scala di grigio – Ritratti di storie in ombra (in replica venerdì 16 ottobre alle 16 e su Archive.org quando si vuole). Argomento: la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. E, come si diceva qualche post fa, questo lavoro è rilasciato con licenza Creative Commons BY-SA. Per le licenze specifiche dei singoli brani usati, si veda qui. E buon ascolto.

La musica ribelle ai tempi di Internet

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>Il software libero in Italia

Amo la radio perché arriva dalla gente
entra nelle case e ci parla direttamente
e se una radio è libera, ma libera veramente
mi piace ancor di più, perché libera la mente

Eugenio Finardi, La Radio, 1976

Il periodo in cui nacquero e si diffusero le radio libere inizia nel 1976: fu l’anno della liberalizzazione dell’etere [1] e ne seguì un’esplosione di libertà senza precedenti [2]. I ragazzi mangiavano musica ed entusiasmo, si procuravano attrezzature rudimentali per la diffusione delle loro trasmissione, ciò che mancava loro veniva improvvisato fruttando una risorse tutt’altro che scarsa – la creatività – e per il resto largo alla voglia di raccontare.

Raccontare di tutto: dai fenomeni musicali che si andavano consolidando a quelli emergenti, dalle tensioni politiche che da anni percorrevano il paese alla libertà sessuale che passava attraverso la consapevolezza del corpo e l’educazione a comportamenti responsabili. Fino alla denuncia sociale. Una denuncia per la quale, per esempio, Peppino Impastato pagò con la vita: da Radio Aut, le sue cronache su Mafiopoli [3] non erano più tollerabili per gli uomini della cosa nostra di Cinisi. Oppure nel 1977 la bolognese Radio Alice diede in diretta notizia dell’irruzione della polizia nei suoi studi con lo scopo di zittirla: era di marzo, il giorno 12 per la precisione, in piena contestazione, e di lì a pochissimo sarebbe morto per mano di un carabiniere lo studente di medicina Francesco Lorusso.

Ma accanto a queste emittenti ricordate ancora oggi per gli aspetti più drammatici delle contestazioni della fine degli anni Settanta, ce ne sono altre che hanno proseguito e che rappresentano un riferimento per l’informazione al di fuori dei grandi network. Tra queste la milanese Radio Popolare, diventata con il tempo un circuito nazionale. La padovana Radio Sherwood, nata negli ambienti dell’Autonomia Operata veneta e che ha visto il suo direttore, Emilio Vesce, finire nel tornado del processo “7 aprile”, inchiesta giudiziaria costruita sulle dichiarazioni di presunti pentiti del terrorismo che accusarono lui e un altro centinaio di persone (compreso Antonio Negri, docente all’università patavina) di aver tramato contro lo Stato coordinando i mille rivoli dell’eversione di estrema sinistra. Era falso e il processo lo dimostrò. Altro esempio è la romana Radio Onda Rossa, tutt’oggi esistente e che nel 2001 ha partecipato Network Radio Gap per raccontare i fatti del G8 di Genova.
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