«Angelo ammazza la morte telefoni a casa».
In origine erano poco più che teppisti di borgata, criminali di piccolo calibro cresciuti nelle periferie romane. Ma i confini della delinquenza di basso profilo vanno loro stretti e decidono di prendersela tutta, la capitale, a qualunque costo. E così, dal quartiere della Magliana, tra alleanze e vendette che finiscono per comprendere la zona di Testaccio e Trastervere, quella di Acilia e Ostia, il Tufello e l’Albertone, cresce e si consolida il nucleo di una delle bande che diventerà centrale nella storia non solo di Roma, ma della nazione. Con Ragazzi di malavita. Fatti e misfatti della banda della Magliana, il libro di Giovanni Bianconi pubblicato in edizioni successive da Baldini Castoldi Dalai fino all’ultima, quella del 2005, si ricostruisce un periodo intricatissimo che travalica i confini della criminalità organizzata. Del resto, non si è mai visto un potente diventare tale senza appoggi e protezioni: accade in politica, in economia, nel mondo dello spettacolo. E accade anche per coloro che nei fatti diventeranno i padroni della città eterna. Del resto, racconta Bianconi:
A New York, i mafiosi della famiglia Gambino riuscivano ad avere in anteprima le trascrizioni delle intercettazioni ambientali fatte dal FBI nelle loro abitazioni, e a organizzare le contromosse; a Roma, nel loro piccolo, quelli della banda della Magliana erano in grado di ottenere i documenti delle inchieste in corso e sapere in anticipo ciò che poliziotti e magistrati avevano in mano.




