Anthroptic: guardare, riconoscere e scrivere

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AnthropticCarlo segnala un progetto che suona assai interessante. Si tratta di Anthroptic, ideato dall’artista Ethan Ham e dallo scrittore Benjamin Rosenbaum. L’idea è molto semplice:

It consists of a set of stories that were inspired by photos from Flickr.com. Each photo is one in which a facial recognition software program sought to identify a face.

Una descrizione più esaustiva del progetto si trova qui e da sottolineare che i risultati del lavoro di Anthroptic vengono rilasciati con licenza Creative Commons così come lo sono le foto prese da Flickr.com che vengono “drammatizzate” da Rosenbaum. A questo punto inizi il viaggio con il prologo e prosegua con le fotografie.

Solo una domanda: se questo progetto fosse italiano, sarebbe considerato attività editoriale? No, perché, con i tempi che corrono c’è da stare attenti e va a finire che ai navigatori si prova a fargliela d’estate quando anche loro, sciagurati, vanno in vacanza.

Dalla rete: giornalismo, digitalità e blog

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  • Charlie Beckett, Networked journalism: for the people and with the people

    The war is over. There is no new media vs old media anymore. The old battle between the professional and citizen journalist is also at an end – we are all on the same side. That was the message from the Networked Journalism Summit in New York last week.

    The guru of networked journalism is US media blogger, entrepreneur and teacher Jeff Jarvis. He told the summit: “Journalism can and must expand even as the institutions that do journalism shrink. The future is ‘pro-am journalism’, doing things together.”

    Networked journalism is where the people formerly known as the audience contribute to the whole editorial process. The public write blogs, take pictures, gather information and comment as part of newsgathering and publishing. The professional journalists become filters, connectors, facilitators and editors.

Uno bianca e trame nere. Cronaca di un periodo di terrore

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Uno bianca e trame nere - Cronaca di un periodo di terroreIn libreria sarà disponibile nel corso del mese di novembre. Contestualmente verrà messo online il pdf completo, essendo rilasciato con licenza Creative Commons. È Uno bianca e trame nere – Cronaca di un periodo di terrore, che inizia a essere presente sul sito del mio editore, Stampa Alternativa, tra le anteprime. La storia, come dice già il titolo, riguarda una vicenda che, iniziata nell’ottobre 1987, si conclude nel novembre 1994 lasciando dietro di sé 24 morti e 102 feriti. Una strage che, a differenza di quelle registrate in precedenza, è diluita nell’arco di sette anni e che, a fronte di motivazioni ufficiali attribuite esclusivamente al lucro, mantiene ancora oggi aspetti non chiari e comunque in diversi casi non spiegabili con ragioni pecuniarie.

La prefazione è stata scritta da Andrea Purgatori, che a lungo lavorò su Ustica ma che indagò in veste di giornalista anche su molte altre vicende rientrate poi tra i misteri italiani. Il testo che segue, invece, è l’introduzione che ho scritto ad apertura del libro per lavorare al quale ho utilizzato alcuni post qui pubblicati nei mesi scorsi.

Quando i conti non tornano mai

Iniziamo dalla fine. Di Uno bianca a lungo non si è più parlato. O quasi. E invece ora, nel giro di pochi mesi, si infittiscono le notizie relative alla banda che dall’ottobre del 1987, vent’anni fa esatti, imperversò tra Bologna e le Marche fino al novembre 1994. Alla fine del marzo 2007, la Procura della Repubblica di Bologna aveva presentato ricorso contro la decisione del tribunale di sorveglianza che aveva concesso cinque giorni di permesso a Pietro Gugliotta, uno dei criminali condannati in questa vicenda, per consentirgli di lavorare presso una comunità religiosa. La motivazione: una relazione della divisione anticrimine della questura di Bologna circa possibili relazioni tra l’ex bandito e la criminalità organizzata.
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Washington, 1969: foto dalla manifestazione anti-Vietnam

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An anti-Vietnam War demonstration, 1969

Una manifestazione che risale al 1969 contro la guerra in Vietnam, di fronte alla Casa Bianca. Due milioni di persone che si radunano a Washington dando vita al corteo di protesta fino a quel momento più numeroso della storia statunitense. C’erano i pacifisti, gli studenti, le Pantere Nere, Coretta King, i musicisti. Su Slate viene pubblicata una galleria fotografica che testimonia quell’evento.

Antonio Russo, sette anni senza risposte sulla sua fine

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Antonio RussoCiò che è accaduto ad Anna Politkovskaja è risaputo, vuoi per la vicinanza con il suo omicidio, avvenuto il 7 ottobre di un anno fa, o per il clamore suscitato a livello internazionale dal suo assassinio. In questi giorni, però, ricorre l’anniversario anche della morte di un altro giornalista, italiano questa volta, freddato probabilmente perché stava dando altrettanto fastidio con il suo lavoro sulla Cecenia. Si tratta di Antonio Russo, che scompare il 16 ottobre 2000 mentre stava per valicare una frontiera. Il suo alloggio venne trovato a soqquadro e il corpo del giornalista fu rinvenuto poche ore dopo nei pressi del confine con la Georgia, al Passo Gombori.

Pino Scaccia ricorda oggi sul suo blog il collega ucciso sottolineando che, come accade generalmente in questi casi, non tutto ciò che apparteneva al giornalista venne ritrovato: scomparvero infatti il telefono satellitare, la videocamera, il portatile e i nastri già registrati. Superfluo dire che esecutori e mandanti non sono a oggi stati individuati e che, per le modalità dell’omicidio, fu esclusa la rapina.

I reportage di Russo e una parte del suo materiale scampato alla razzia sono attualmente custoditi da Radio Radicale, per il quale era corrispondente, mentre un archivio di documenti su di lui è disponibile sul sito di Radical Party. Un’altra parte ancora infine è reperibile attraverso Reporter Senza Frontiere.

12 dicembre 1969: il giorno dell’innocenza perduta

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Piazza Fontana - 12 dicembre 1969: il giorno dell'innocenza perdutaIl libro Piazza Fontana – 12 dicembre 1969: il giorno dell’innocenza perduta di Giorgio Boatti esce per la seconda volta, come nuova edizione, nel 1999. Editore: Einaudi. Ma non era una novità editoriale: sei anni prima era stato pubblicato da Feltrinelli, ma l’autore, malgrado la certosina ricostruzione basata su deposizioni, atti, rassegne stampa e verbali, se la vide brutta quando Massimiliano Fachini lo querelò. Boatti ne uscì senza alcuna conseguenza giudiziaria anni dopo perché non venne ravvisato alcun elemento che danneggiasse il neofascista appartenuto alla cellula eversiva padovana sospettata di essere coinvolta nell’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura.

Da sottolineare che lo scrittore, quando il libro di Feltrinelli finì nei guai, venne lasciato da solo ad affrontare la furia di Ventura: si diede di fumo il suo editore e così molte delle persone su cui Boatti poteva contare. A eccezione dell’ex commissario Pasquale Iuliano, che nel 1969 era a capo della squadra mobile della questura di Padova e che mesi prima dell’esplosione milanese aveva avviato indagini contro gli eversori veneti. Personaggio quasi dimenticato in questa vicenda, Iuliano ebbe però la carriera distrutta a causa della sua indagine: accusato di aver costruito le bombe ritrovare in possesso dei neofascisti, fu prima trasferito e frattanto gli piombò addosso la sua dose di guai giudiziari. Guai che durarono dieci anni: tanti ce ne vollero infatti per proscioglierlo dai sospetti e riabilitarne la figura. Iuliano, però, aveva intanto lasciato la polizia ed era tornato nella sua città natale, Matera, mettendosi a fare l’avvocato.
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Dalla rete: i dardi tratti verso obiettivi diversi

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  • Loredana Lipperini, Et simini eius:

    Disse, esattamente, Lessing: “È doloroso, alla mia età, vedere tutte queste ragazze superficiali e ignoranti far finta di essere orgogliose della loro femminilità”. Da una delle autrici in questione arrivò la risposta: “Con i miei libri ho solo cercato di dare voce alle donne della mia generazione, non alle vecchie”. Era Helen Fielding, la creatrice di Bridget Jones.

  • Marcello Baraghini, “La seconda morte di Daniele Boccardi”, prima e seconda parte:

    Aggiungo che mi batterò fino alla fine della mia attività pubblica affinché agli eredi venga negata la possibilità di disporre, in modo esclusivo e discrezionale, delle opere di loro parenti. Le opere, specialmente quelle straordinarie, come quelle di Daniele, appartengono all’Umanità.

  • Morgan Palmas, Giudicare se si conosce, utopia in Italia?

    Ho letto con calma i commenti seguiti alla pubblicazione di un breve articolo della giornalista Flavia Amabile su Ornella, la signora senzatetto della quale ho scritto più volte. Osservo senza stupore come molte persone giudichino a spada tratta fatti che non conoscono […]. Giù dritti con dardi e biasimi.

Dalla rete: lo spostamento da un mondo a un altro

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  • Beppe Sebaste, Fantasmi, after life, cinema e letteratura

    Arte, cinema, letteratura, la nonna, il canto XI dell’Eneide, la madre che non puoi abbracciare, il Don Chisciotte di Orson Welles, cui Giorgio Agamben ha dedicato una pagina importante del suo Elogio della profanazione. Ma cosa lega più precisamente il fantasma all’after life, ed entrambi alla nostra epoca? Boris Groys pensa che la platonica metanoia (anticipazione dell’immortalità dell’anima nella postura dei veri filosofi) sia oggi possibile come anticipazione dell’immortalità dei corpi (l’evidenza che la vita del corpo, in una decomposizione virtualmente infinita, continua). Sostiene che la storia dell’arte moderna e contemporanea sia dalla parte del cadavere (le opere come cadaveri degli oggetti, di cui esibiscono la materialità pura). Di fatto, se la cultura di massa prospera sulla figura di vampiri, zombi, cloni e macchine viventi, per Foucault esistono luoghi – cimiteri, musei, biblioteche, discariche di rifiuti – in cui, per “eterotopia”, umani e cose sono spostati in uno spazio altro, separato, come quello dei non-morti. O come gli oggetti di un archivio, un tempo vivi e funzionali. E già Kafka suggeriva di sovrapporre macchine per fantasmi, telefoni, telegrafi, poste, ai mezzi di trasporto, treni, navi e aerei.

Melissa Parker e l’incendio perfetto: l’altrove Bassavilla

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Melissa Parker e l'incendio perfettoSi parla di nuovo di Danilo Arona, perché, atteso, esce finalmente un libro che si ricollega alle Cronache di Bassavilla raccontate nelle loro cento sfacettature anche su Carmilla. Si intitola, questo nuovo volume, Melissa Parker e l’incendio perfetto, è pubblicato dalla Dino Audino Editore e sarà in libreria a partire dal 18 ottobre. Questa è la sua presentazione:

La storia comincia in Inghilterra, su una spettrale collina nel Kent, dove il 29 dicembre 1965 una ragazza viene travolta da un’auto nella nebbia e muore bruciata. Si chiamava Melissa Parker. Una morte orribile e ingiusta che avviene poco dopo le 5 del mattino. Quando Melissa muore, Debra Shepherd ha poco meno di due anni e vive con i genitori a poca distanza dalla collina maledetta. I suoi incubi sino all’adolescenza saranno popolati dalla terribile immagine di una ragazza che muore carbonizzata. Poi, nel 1982, Debra arriva in Italia e trova lavoro come baby sitter presso una villa in Sardegna. E le fiamme cominciano a divampare. Debra viene arrestata, i giornali la chiamano “la baby sitter piromane”. Uno psichiatra la interroga e dalla bocca della giovane scaturisce un’orribile voce cavernosa che dice di chiamarsi Melissa. Un mistero lungo più di quarant’anni, la cui soluzione ristagna fra le nebbie di una città del nord Italia, un luogo sinistro e spettrale che risponde al nome di Bassavilla.

Ciudad Juarez, la città del femminicidio

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Inba 04 - Foto di PunkcheroSe esistono luoghi in cui il male alberga in modo viscerale, uno di questi è Ciudad Juarez, cittadina più simile a una terra di nessuno al confine tra Messico e Stati Uniti dove da anni si sta consumando uno dei più gravi massacri di donne – ribattezzato come il femminicidio – senza che se ne conoscano in modo chiaro i motivi, gli autori e le coperture. Per farsi un’idea della situazione, può essere utile la lettura dell’articolo pubblicato nel 2003 da Le Monde Diplomatique, In Messico trecento delitti perfetti.

Sull’argomento è tornato sabato scorso Il Manifesto con un’intervista di Alessandro Braga a Marisela Ortiz, fondatrice dell’associazione Nuestras Hijas De Regreso a Casa.

I capelli neri, raccolti dietro la testa in una coda di cavallo. Lo sguardo fiero, dice decisa: «Ho paura, mi sento abbandonata dalla mia comunità, ma sento l’appoggio di tanta gente in giro per il mondo. Per questo continuerò, fino alla fine». E fino alla fine significa finché non si saprà la verità su quanto è accaduto a centinaia di donne a Ciudad Juarez, una cittadina al confine tra Messico e Stati Uniti, dove dal 1993 sono state rapite, violentate, torturate e uccise oltre mille donne. A parlare è Marisela Ortiz, insegnante, psicologa e una delle fondatrici di Nuestras Hijas de regreso a casa, un’associazione che si batte per i diritti civili e perché venga a galla la verità riguardo ai fatti di Ciudad Juarez. Domani parteciperà alla Perugia-Assisi.

Perché sei in Italia?

Sono qui per denunciare i crimini impuniti che avvengono dal 1993 nella mia città, Ciudad Juarez, e organizzare un movimento di solidarietà per chi si batte da anni perché si sappia la verità.

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