Cioccolatini tra i vigneti

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Vigneto - VineyardPremessa

Questa vicenda è ambientata nella seconda metà degli Anni Sessanta. Si svolge nell’Oltrepo Pavese, in un paese – Montù Beccaria – dove la Pianura Padana ha già ceduto il passo alle colline. È terra di vigneti, di gente che lavora duramente, di piccoli imprenditori ante litteram che dagli scoscesi pendii pre-appenninici ci ricavano fonte di sostentamento per sé e per le proprie famiglie. È una vicenda che inizia con una morte improvvisa e che con un’ulteriore morte improvvisa si conclude. In mezzo ce ne sono altre tre. È la vicenda della famiglia Scabini. Di Alberto che, secondo l’accusa, tenta di far fuori i congiunti per accapparrarsi l’eredità, ma poi viene assolto. Lui che ha sempre negato, che ha ripetuto di non c’entrare con la fine del fratello, di una cuginetta, della madre e di un’amica della nipote. E che morirà in modo identico ai familiari: intossicato al parathion, un anticrittogamico molto impiegato in agricoltura a quei tempi. Suicidio per rimorso, si dirà, e questa sarà anche la tesi accolta dagli inquirenti. Vendetta, mormorerà qualcun altro. Ma l’archiviazione dell’indagine, che non farà luce su alcuni elementi strani legati all’ultima morte, non permetterà di ottenere una conclusione incontrovertibile in questa vicenda.

A tutta prima, sembra un cuore che si ferma

In questa vicenda, il primo a morire è un viticoltore di 52 anni, Giuseppe Scabini. Con una tempra che sembra ancora quella di un uomo molto più giovane, non si risparmia: il poco tempo che non trascorre nei campi, lo passa in giro a vendere i raccolti della sua azienda agricola e a comprare materiale e attrezzature. Aveva fatto la guerra, Giuseppe, come bersagliere ed era stato anche ad El Alamein. Quando era tornato, diceva che la fatica di lavorare la terra non era niente a confronto di ciò che aveva vissuto in battaglia. E così non si dà tregua, interrompe il lavoro solo la domenica quando si concede un’uscita al bar del paese. Come quella domenica. È il 18 giugno 1967 quando in piazza incontra il cugino Ermanno. Ma mentre i due parlano, Giuseppe accusa un malore al petto, fa fatica a respirare e chiede di essere riportato a casa. La moglie Linda, vedendo arrivare il camioncino di Ermanno, accorre e lo aiuta a portare dentro l’uomo. Intanto giunge anche il medico condotto, Pietro Dardano, che aveva fatto il più velocemente possibile dopo essere stato in una frazione del paese per curare una colica.

Giuseppe, quando finalmente giunge il dottore, è su una sedia a sdraio. Il colletto della camicia è aperto e Linda cerca di rianimarlo. Gli è accanto anche la figlia diciottenne, Ivana, che gli tiene una mano e piange. Il colorito dell’uomo ormai tende al cianotico, non respira più e non c’è battito. Il medico gli somministra per due volte un farmaco che stimoli polmoni e cuore e gli pratica la respirazione bocca a bocca. Ma non c’è più nulla da fare e poco dopo deve constatare il decesso per paralisi cardiaca.

Una settimana più tardi, in Oltrepo arriva per porgere le proprie condoglianze la famiglia dei cugini Scovenna da Milano. Con loro c’è anche Milena, la figlioletta di quattro anni, che viene affidata a Ivana perché la porti fuori a giocare e non subisca troppo l’atmosfera luttuosa che grava sull’abitazione di Montù. Una volta all’aperto, la bambina corre e si diverte, insegue le galline e ride quando queste fuggono spaventate. Ma fa caldo, giugno ormai volge al termine, e Milena chiede dopo un po’ un bicchiere d’acqua che Ivana le porge. Trascorre qualche minuto e la piccola inizia a essere intontina e va dalla madre per dirle che le è venuto sonno. Poi sviene. Per la seconda volta nel giro di pochi giorni, il dottor Dardano corre a casa degli Scabini e si accorge immediatamente della gravità della situazione. Così consiglia di volare al pronto soccorso dell’ospedale di Stradalla, ma la bambina non ci arriva viva e ai medici non resta che ipotizzare che a ucciderla sia stato un edema polmonare. Tuttavia i genitori vietano l’autopsia che possa confermare quella diagnosi.

La vita deve riprendere, ma le morti non sono finite

Anche dopo quella seconda morte, la vita deve comunque continuare e Linda, trovandosi a gestire da sola l’azienda di famiglia, chiama Alberto, suo cognato. Malgrado la sua fama di scialacquatore e inaffidabile, è meglio che niente. E per quasi due mesi la famiglia Scabini torna al suo lavoro quotidiano. Ma a metà dell’estate sembra che la cattiva sorte torni a colpire. Anna Vercesi, madre di Giuseppe e suocera di Linda, viene trovata da quest’ultima tra i filari del vigneto. È priva di sensi chissà da quanto tempo e la donna la carica su una zappatrice per riportarla a casa. Quando il dottore torna per la terza volta, la trova adagiata come il figlio su una sdraio in cortile. Ci sono le donne che le stanno pulendo, le tolgono di dosso la terra e ormai la preparano per la veglia funebre perché è chiaro che Anna è morta. Ottant’anni, una vita di fatiche e la recente perdita di Giuseppe vengono considerati motivi più che sufficienti per ucciderla.

Di nuovo lo sforzo di tornare alla normalità, di nuovo la comunità di Montù che stringe intorno a Linda e a Ivana. A Ferragosto, la moglie di Ermanno, Mariuccia, va da Linda: pensa di distrarla parlando di cucito e di altre faccende femminili. Con lei c’è anche la figlia Simona, che ha tre anni, e che mostra alla madre i cioccolatini che “zia Linda” le ha regalato. Sono due boeri, ma la bambina sa che contengono liquore e che dunque non li può mangiare. E li abbandona anche dopo che la madre la rassicura: quelli contengono solo crema. Intanto Ivana riceve la visita di Giuseppina, 19 anni, un’amica che in paese lavora come commessa.

Uno dei due cioccolarini lasciati da Simona viene offerto a Giuseppina mentre il secondo lo mangia Mariuccia. Intanto le due ragazze escono, ma Ivana torna nel giro pochi minuti: l’amica ha avuto un malore e la stanno portando all’ospedale. Mariuccia fa per alzarsi, ma ha la bocca amara, le gambe non la reggono e finisce per perdere i sensi. Quando rinviene, saprà che anche Giuseppina, come Milena, non ci è arrivata viva all’ospedale di Stradella. A Mariuccia, invece, è andata meglio perché si riprende.

In paese si comincia a parlare di iattura, di maledizione sulla casa degli Scabini e sulla famiglia che la occupa. Ma c’è anche chi, più scettico, ipotizza che con quelle morti non c’entrino né la casualità né la sfortuna. I carabinieri avviano un’indagine e su Giuseppina viene disposta l’autopsia. Quando giungono i risultati, il sospetto di omicidio si fa concreto: nel corpo della ragazza viene infatti rinvenuta una quantità elevata di parathion, l’anticrittogamico altamente tossico se ingerito, respirato o anche solo assorbito attraverso la pelle. E in paese si iniziano a ricostruire le coincidenze legate ai cioccolatini: Alberto ne aveva comprati due, ma ne aveva offerti tre al fratello Giuseppe il giorno del malore. E dolci di provenienza misteriosa tornano anche nelle altre morti, con l’eccezione di Milena. Anna ne aveva trovato un sacchetto nei campi il giorno prima di morire: conteneva dei boeri, un paio di buondì e delle caramelle. Ivana avrebbe voluto gettarli non conoscendone la provenienza, ma la madre butta solo i boeri alle galline. Che iniziano a morire. Alberto invece mangia una caramella come a dimostrare che non sono guaste e dà le brioche ad Anna e al marito perché le inzuppino nel latte il mattino.

E se invece fossero omicidi?

La procura della Repubblica di Voghera intanto ordina la riesumazione degli altri tre corpi nei quali si troveranno tracce di pesticida. Alberto viene arrestato e il sospetto tocca anche Linda, che si presume complice del cognato. Se l’uomo, secondo l’accusa, avesse ucciso il fratello per questioni di denaro ed eredità, la cognata se lo era messo in casa pochi giorni dopo la morte del marito. In paese le voci ormai corrono incontrollate: la reputazione di Alberto è tutt’altro che cristallina. Ha sempre bisogno di quattrini tanto che il fratello deve garantire per lui le cambiali che Alberto aveva firmato e che erano andate in protesto. Addirittura qualche anno prima di questi fatti, si pensa che ci fosse Alberto dietro il furto subito dal padre dopo la vendita di alcune bestie.

E nella famiglia degli Scabini c’erano stati in precedenza altri fatti oscuri. Cinque anni prima era toccato alla nuora di Alberto, stroncata quindici giorni dopo il matrimonio con il figlio Carluccio. Aveva appena finito di mangiare un’insalata. Padre e figlio, inoltre, avevano perso la causa intentata contro di loro da un paio di clienti della loro mescita di Milano: secondo l’accusa, avrebbero venduto vino avariato. O avvelenato. Dopodiché morì anche un ragioniere di Montù Beccaria dopo aver mangiato un cioccolatino, un boero, mentre era nel bar del paese. «Sembra veleno», disse prima di stramazzare al suolo.

Fatto sta che il caso si fece via via più grande, valicò i confini di Montù Beccaria e fece parlare di sé nel resto della provincia e oltre. I periti produssero pareri differenti sull’anticrittogamico rinvenuto nelle indagini necroscopiche: per l’accusa, la sostanza tossica era sufficiente per uccidere e dunque era quella la causa della morte. Per quelli di parte, invece, il parathion era talmente diffuso in agricoltura e quindi negli ambienti in cui vivevano almeno tre delle vittime da non potersi affatto ritenere il motivo dei decessi. Alberto Scabini, intanto soprannominato dall’opinione pubblica il Borgia di Montù Beccaria, venne comunque processato e assolto: insufficienza di prove per la morte di Giuseppe, Anna e Giuseppina e formula piena per Milena.

E attendeva l’Appello quando il 27 febbraio 1970 fu trovato anche lui senza vita. Nel suo corpo, come in quello dei congiunti, vennero individuate tracce di parathion. Suicidio, si disse e quest’affermazione divenne verità giudiziaria. Ma qualche dettaglio non tornò (e non sarebbe tornato neanche successivamente): il dottor Dardano, che soccorse anche lui, disse di aver usato dei guanti per visitarlo e di averli lasciati ai piedi del letto di Alberto. Ma non vennero trovati. Così come non venne trovato il memoriale che l’uomo pare stesse scrivendo. Assente anche qualsiasi traccia di parathion dalla casa dell’uomo: se avesse deciso di farla finita con il veleno, da qualche parte sarebbe dovuto saltar fuori una confezione o qualcosa del genere. E invece mai nulla.

5 thoughts on “Cioccolatini tra i vigneti

  1. bianca

    complimenti!!anche se conoscevo la storia,non sapevo tutti questi particplari.L’ho letta tutta d’un fiato.Grazie

  2. Non ho mai capito perchè le persone da morte fanno più rumore. Smuovono più acque.
    Una foglia verde sull’albero non la nota nessuno. E’ quando casca che tutti la guardano.

    Ho letto che sei una scrittrice.
    Interessante.
    Anche io vorrei fare lo scrittore da piccolo.
    Ora sono troppo grande per farlo. Ma il giorno che tornerò innocente come un bimbo magari mi metterò a scrivere delle fiabe. Con rabbia e con amore, da raccontare ad un adulto prima di andare a ninna.

    A presto…

  3. enrico

    complimenti per la ricostruzione, oserei dire fedelissima !
    sono il genero della Sig.ra Mariuccia sopravvissuta miracolosamente a questa “strage”.

    cordialità

    enrico

  4. Nicoletta

    Per Enrico: conoscevo la famiglia del sig. Ermanno, mio padre era un suo amico e ho un lontano ricordo di una vendemmia a Montù Beccaria… Mi ricordo vagamente di loro e, quando qualche anno fa ho letto la storia qui raccontata, ne ho parlato con mio padre. Io non sapevo niente, mio padre (che adesso non c’è più) si ricordava benissimo… Credo che avesse fatto il militare insieme al sig. Ermanno, non ricordo, bene… Cmq, volevo salutare Simona, anche se me la ricordo poco…e tutta la sua famiglia

    Ciao

    p.s. Mio padre si chiamava Giovanni Di Bella, abitava a Milano….

  5. MERLO GIOVANNA

    La mia famiglia e gli Scabini sono imparentate. Il figlio Carlo – ragazzone simpatico – aveva aperto un negozio a Milano dove vendeva il vino che producevano. C’erano stati due avvelenamenti: marito e moglie e mi pare una terza persona. La causa era il vino avvelenato. La rivendita fu chiusa e Carlo tornò a Montù. Dai racconti dei miei, ero piccola allora, mi ricordo che nessuno credeva che fossero veri omicidi (del resto il movente?) ma che avessero in casa qualcosa che, senza che se ne accorgessero, avesse contaminato il vino. Non si parlava di cioccolatini, allora. solo di vino. Il padre era stato soprannominato “l’avvelenatore”. Tutto chiuso ma senza certezze. Quanto mi piacerebbe fare luce!

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